Irak, bomba contro gli italiani ma nessun soldato è colpito

Ordigno esplode sul lato della strada al passaggio di un nostro convoglio: sfiorato mezzo con 7 bersaglieri a bordo

Roberto Fabbri

Fallito attentato contro i soldati del contingente italiano di stanza a Nassirya, in Irak. Un ordigno collocato al margine della strada dove stava transitando un convoglio militare proveniente dal Kuwait e composto da 46 automezzi è esploso ieri mattina alle 11.40 una cinquantina di chilometri a sud di Nassirya, senza peraltro provocare danni. La bomba è deflagrata subito dopo il passaggio del primo veicolo e prima del sopraggiungere del secondo, ma l’esplosione non ha fatto che sollevare un po’ di terriccio che ha sfiorato un automezzo, un VM90T con protezioni balistiche, a bordo del quale viaggiavano sette bersaglieri.
Sono subito intervenuti per gli accertamenti gli specialisti del nucleo per la bonifica degli ordigni esplosivi, che sono sempre al seguito dei convogli militari italiani. Verificato che la situazione era tranquillizzante, il convoglio si è rimesso in marcia verso Camp Mittica, la base italiana dell’operazione Antica Babilonia.
Questa azione ostile, che non è stata finora rivendicata, giunge quando la presenza dei nostri militari in Irak si avvia ormai al capitolo conclusivo. Già entro la fine di questo mese sarà infatti completato il trasferimento alle autorità militari e civili irachene della provincia di Dhi Qar delle responsabilità della sicurezza, un processo che secondo il nostro ministero della Difesa «potrà avere una durata massima di 45 giorni». In base a queste previsioni, il ministro Parisi aveva confermato venerdì che il definitivo rientro dei militari italiani dall’Irak sarà cosa fatta «entro l’autunno».
Anche se tra i nostri soldati non c’è stato alcun ferito, quella di ieri è stata purtroppo una giornata di sangue in Irak. Almeno trentasei persone hanno perso la vita in una serie, ormai consueta, di feroci attacchi e attentati. Nel mirino categorie anch’esse ormai ben note: pellegrini sciiti, finiti nel tritacarne gestito dai terroristi sunniti vicini ad Al Qaida che puntano a scatenare una guerra civile tra musulmani di diversa tendenza (ne sono stati uccisi 14, di nazionalità indiana e pakistana, nella città santa sciita di Kerbala); poliziotti e civili, macellati insieme senza tanti scrupoli da “guerriglieri” il cui scopo è insieme la destabilizzazione dello Stato e la punizione cruenta di quanti servono in armi le istituzioni del dopo-Saddam (6 trucidati a Baquba, nel famigerato “triangolo della morte”); camionisti, la cui colpa consiste nel lavorare per i cosiddetti “occupanti” o per le imprese venute ad operare in Irak dopo la caduta del dittatore (6 assassinati a Samarra, un centinaio di chilometri a nord di Bagdad); dipendenti di imprese di sicurezza, anch’essi “colpevoli” di lavorare per proteggere attività in vario modo connesse con l’“occupazione” (4 ammazzati alla periferia della capitale); civili vari che hanno pagato il prezzo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato (almeno 6 nella giornata di ieri in varie località del Paese).
Questa è l’amara realtà della sicurezza nell’Irak del settembre 2006, confermata da inesorabili cifre fornite dal Pentagono che rimarcano l’impennata degli attacchi negli ultimi tre mesi (sono aumentati di quasi un quarto), il drammatico incremento delle perdite di civili (+51%) e soprattutto del numero delle “esecuzioni”, praticamente raddoppiate. E non c’è da sorprendersi se molti (alcuni di loro magari interessati) parlano ormai apertamente di causa persa e di errore commesso da Bush a voler sovvertire il regime di Saddam Hussein nel 2003 per avviare un’ambiziosa svolta democratica in Medio Oriente. Lo spettro della guerra civile, affermano gli stessi analisti della Difesa americana, appare purtroppo realistico.
Ma il presidente degli Stati Uniti non ci sta e contrattacca. «I nostri generali e i nostri diplomatici sul terreno pensano che in Irak non ci sia una guerra civile», ha affermato ieri. Bush ammette che è in corso «una sanguinosa campagna di violenza settaria» e riconosce che cercare di interromperla «è difficile e pericoloso». Tuttavia, insiste ripetendo uno dei capisaldi della filosofia dell’intervento Usa in Irak, «solo pochi iracheni sono coinvolti nelle violenze settarie, mentre la stragrande maggioranza vuole la pace e una vita normale in un Paese unito».