Irak, Bush annuncia oggi la «fase due»

Previsti un aumento dei soldati, concessioni politiche ed economiche

da Washington

George Bush ha ormai tutto pronto per quello che viene definito «il discorso più importante della sua vita» ma che come minimo sarà il più importante del suo fine carriera: una proposta militare per l’Irak, un accompagnamento economico, una cornice politica e quello che più conta, un gioco d’azzardo psicologico. Egli annuncerà stanotte, in un discorso solenne alla nazione, l’apertura di una «nuova fase» della guerra in Irak, l’orientamento che dovrebbe guidarla, le prospettive di vittoria.
Grosse sorprese sembrano a questo punto escluse, alcuni interrogativi sono caduti nelle ultime ore. La escalation militare Usa consisterà in circa 20mila uomini in più, che saranno concentrati a Bagdad per ottenere un risultato più visibile e l’obiettivo primario della loro offensiva non saranno le milizie sciite estremiste di Al Sadr ma le roccaforti residue dei sunniti nella capitale. Lo confermano le azioni militari che in realtà sono già in corso nel centro della capitale, condotte a terra e dall’aria dagli americani con la cooperazione dell’esercito iracheno «ufficiale» e con la benedizione del primo ministro sciita Maliki, che formalmente anzi avrebbe chiesto a Bush di compiere questo passo. Non è ancora detto che questa sia la scelta strategica di Washington, ma si sa che un appoggio agli sciiti è stato fortemente consigliato al presidente da alcuni dei «falchi» più ascoltati.
Ma la vera partita Bush se la giocherà in America. Nei confronti del Congresso democratico che farà tutto il possibile per intralciare la sua gestione del potere anche se non ha i mezzi costituzionali per impedirgli di continuare a portare avanti una guerra per cui ottenne quattro anni fa l’autorizzazione parlamentare. Ma soprattutto per cercare di ristabilire una «presa» sull’opinione pubblica, che non ha mai avuto così poca fiducia in lui, come conferma l’ultimo sondaggio della Gallup: due terzi degli americani preferirebbero che a guidare la nazione fossero i democratici e la popolarità personale del presidente è nettamente inferiore a quella di Nancy Pelosi, presidente debuttante della Camera. Per riuscirvi Bush dovrà riuscire a dare alla gente due impressioni difficili da conciliare: la prima è che mandare più soldati in Irak non rappresenta una escalation. La seconda è che non si tratta della stessa vecchia guerra che continua ma in qualche modo di una guerra nuova che comincia. Che è qualcosa di distinto dalla deprimente routine di questi anni ma è invece collegato, in una forma in qualche modo autonoma, alla «guerra al terrore» che è sempre stato il punto di appoggio su cui Bush ha sempre contato per ottenere un appoggio dell’opinione pubblica. Ora questo collegamento si è interrotto e il presidente ha bisogno urgente di recuperarlo. Spera di riuscirci lanciando un blitz per la conquista di una città che è già stata conquistata più di tre anni fa.
Non sarà facile ma Bush sente di poterci riuscire. Ha dalla sua uno dei principali critici del modo in cui la guerra è stata finora condotta, il senatore McCaine; si è levato di torno i generali che, quasi tutti, erano contrari, anche perché il Pentagono rimane convinto che il nemico numero uno non siano, e forse non siano mai stati, i nostalgici di Saddam Hussein tra i sunniti bensì gli integralisti sciiti filoiraniani che dominano il governo iracheno e quel poco che si è riusciti a mettere in piedi delle sue forze armate.