Irak, Bush dà la nuova linea: "Rivolta sarà domata in 12 mesi"

Il presidente annuncia l’invio di altri 21.500 soldati. Per la fine dell’anno tutto il Paese dovrebbe essere sotto il controllo del governo di al Maliki

Washington - Ecco che finalmente George Bush svela il suo piano per l’Irak. Lo fa nell’ora di massimo ascolto televisivo e sul più solenne degli sfondi: la Casa Bianca, ma non il solito ufficio ovale, bensì la libreria, il posto in cui i presidenti pensano. Il piano non ha nome: doveva essere «surge» (ondata) ma il termine è stato lasciato cadere all’ultimo momento, forse perché consunto da settimane di anticipazioni; e tanto meno è stato adottato «escalation», preferito dall’opposizione perché di sicura impopolarità. Senza un nome ma con delle cifre precise e un «tempo» da blitz. Ammonteranno a 21.500 soldati i rinforzi in partenza per l’Irak: 17.500 con destinazione Bagdad, quattromila avviati alla provincia di Anbar, roccaforte della dissidenza sunnita. E partiranno subito per raggiungere 1 130mila già sul posto. Tra qualche giorno il primo contingente sarà in Mesopotamia, gli altri arriveranno entro febbraio.
Le operazioni, del resto, sono già in corso a Bagdad da 48 ore nel momento in cui Bush dà il buonasera agli ascoltatori: si combatte nel cuore della capitale irachena, caccia Usa hanno colpito dall’aria obiettivi a meno di mille metri di distanza dalla «zona verde», il recinto fortificato di massima sicurezza in cui risiedono il governo e i comandi militari Usa. Il perché della fretta non è interamente né prevalentemente militare: è un «attacco preventivo» al Congresso, dove i democratici si preparano a presentare delle risoluzioni che dovrebbero proibire l’invio di altri soldati americani in Irak. Con possibilità già scarse di influire seriamente sulle operazioni, ma ora anche ufficialmente superate dal fatto compiuto.
Le unità sono di fanteria e di marine, destinati questi ultimi alla zona di Anbar. La prima unità a partire, di base in Kuwait, dovrebbe essere una brigata dell’82ª Divisione aviotrasportata, specializzata in operazioni contro la guerriglia urbana. Dovrebbero agire di intesa con unità irachene che il primo ministro Maliki ha promesso di trasferire a Bagdad da altre zone del Paese per neutralizzare le milizie sciite fedeli all’imam estremista Moqtada al-Sadr.
Non si tratta, come si vede, di spostamenti rilevanti di truppe. Bush parla di una «nuova fase» del conflitto. L’obiettivo è di consegnare il controllo politico di tutte le province al governo di Bagdad entro novembre (attualmente ne controlla solo tre). Previsti anche aiuti economici per 1,2 miliardi di dollari. È improbabile che i 21.500 uomini determinino una svolta, rinforzi di quelle dimensioni erano già stati spediti in Irak in altre occasioni, l’ultima meno di un anno fa. È chiaro che l’impatto vuol essere soprattutto politico e psicologico: Bush intende mostrare agli iracheni, ma soprattutto agli americani, che non si sogna neppure di tornare indietro dalla strada intrapresa quattro anni fa, anche se questa si è rivelata molto più lunga e difficile del previsto. È una delle cose che il presidente ammette nella sua allocuzione: è stato un errore non affrontare con più forza la violenza.
Per questo le «operazioni di sicurezza» intraprese soprattutto a Bagdad non hanno dato i risultati sperati, perché erano stati programmati in modo errato. Per cominciare, non c’erano abbastanza truppe. Anche così la presenza totale Usa in Irak non dovrebbe superare quota 152mila, neppure la più alta dall’inizio delle operazioni, senza calcolare la diminuita o cessata presenza di diversi Paesi alleati. Ma nessuno, neppure Bush, si aspetta realmente che 21.500 soldati in più rovescino il corso del conflitto. Il presidente punta soprattutto sull’effetto psicologico, sul colpo di freno alle illusioni che il nemico potrebbe essersi fatte a causa della crescente impopolarità della guerra in America e della sconfitta elettorale del partito di Bush.
È questo uno dei motivi per cui egli non ha ritenuto di accettare i suggerimenti del «gruppo di studio» bipartitico sull’Irak: poteva essere interpretato come un segno di «stanchezza» o addirittura l’inizio di un ritiro, dell’abbandono dell’impresa. Proseguire la guerra ha un prezzo e infatti Bush chiede al Congresso uno stanziamento addizionale di quasi 7 miliardi di dollari, da aggiungere alle spese già in programma per il 2007, quasi 100 miliardi. È uno dei temi su cui il Congresso si batterà nei prossimi giorni e ore. Ma non ha il potere, né il coraggio, di «far rimanere all’asciutto i soldati al fronte».