Irak, così la sinistra non aiuta gli iracheni

Guido Mattioni

Ci sono cinque «martiri della libertà», cinque eroi senza monumento, ai quali Magdi Allam - classe '52, egiziano di nascita, italiano di cittadinanza, vicedirettore ad personam del Corriere della sera, ma soprattutto, come tiene a sottolineare lui, «persona umana» al di là di ogni possibile differenza religiosa, ideologica o di passaporto - ha voluto mandare un sonoro e coraggioso «grazie». Si chiamavano Adel al-Hashan, Ali Nasser Ghalij, Mahdi Hussein el-Mayahi e Abdel Amir Mohammed ed erano agenti della polizia irachena morti il 30 gennaio scorso. Con altruismo estremo, per garantire ai propri concittadini l’esercizio del primo voto libero del Paese, hanno accettato di immolarsi «abbracciando» e immobilizzando i kamikaze che sapevano imbottiti di esplosivo. Lo hanno fatto superando la propria paura di morire per poter cancellare così, con il loro esempio, quella di vivere che attanagliava da sempre 14 milioni di iracheni. E non a caso proprio Vincere la paura è il titolo dell’ultimo libro di Allam, editore Mondadori, 192 pagine di intelligenza e tolleranza, 16,50 euro spesi bene e soprattutto il suo personale «grazie» a quei cinque martiri.
Allam, quel «vincere» nel titolo come va inteso: imperativo, auspicio oppure progetto?
«Un po’ tutto quanto, esortazione e al tempo stesso un imperativo per non soccombere né davanti all’estremismo islamico né di fronte all’incoscienza dell’Occidente, o quanto meno di parte di esso. Ma è anche un “vincere” inteso come auspicio di fiducia dal momento che sono tanti, già ora, i segnali positivi».
L’altra parola è «paura». Vuole definirla lei, visto che vive da due anni sotto scorta?
«È qualcosa di radicato perché se sai che devi avere sempre la massima cautela, dovunque vai, conscio che la tua vita e quella dei tuoi cari è a rischio, beh la paura te la porti dietro in ogni momento. Ma la mia è anche la paura per la realtà e la prospettiva della società italiana in cui non solo vivo, ma in cui mi identifico. E paura anche per la realtà dei musulmani in Italia».
Paura per i possibili effetti - scusi il bisticcio - di quelle paure irrazionali e reciproche che nascono dall’ignoranza?
«Esatto, intendendo ignoranza nel senso letterale, ovvero non conoscenza. Ma è anche la paura alimentata da quegli ideologismi, relativismi e nichilismi che affliggono ancora l’Occidente».
Lei infatti dice di nutrire due paure: verso chi mozza le teste come verso chi, qui da noi, definisce quegli stessi fanatici come resistenti. I primi sappiamo chi sono, li vediamo in tv. Degli altri, vogliamo provare a tracciare un identikit? Fare nomi e magari cognomi?
«Certo. Al livello più esasperato ci sono quelli della sinistra a della destra estreme, che in chiave anti Usa da un lato e anti isreaeliana dall’altro hanno finito comunque per sposare entrambi la causa dei terroristi islamici schierandosi apertamente con i loro atti, considerati una forma di resistenza».
Nel libro lei cita però anche gente «studiata», come il collega Giorgio Bocca e il filosofo Gianni Vattimo.
«Bocca, sull’Espresso del 24 febbraio scorso, arrivò ad attaccare il segretario Ds Pietro Fassino che, seppur tardivamente, all’indomani del voto iracheno del 30 gennaio aveva dichiarato che i veri resistenti erano gli otto milioni di iracheni recatisi alle urne».
E Bocca che cosa scrisse? Ce lo ricordi.
«È sufficiente ricordare l’inizio di quello sconvolgente editoriale. Cito: “I veri resistenti in Irak sono quelli che resistono, caro Fassino, non quelli che la pensano come noi, i ricchi della Terra, che gira e rigira, la pensiamo come gli americani. Dire che i veri resistenti iracheni sono quelli andati a votare significa che i resistenti armati, quelli che guidano le autobomba, che attaccano la polizia collaborazionista non lo sono, sono delle presenze demoniache indegne del nome di resistenti”».
E Vattimo, come manifestò il suo «pensiero debole»?
«In una trasmissione su Sky-Tg24 si spinse oltre, sostenendo che “Al-Zarkawi è da paragonare ai partigiani della Resistenza: anche loro venivano chiamati banditi dai nazisti”».
Allam, lei scrive però che esiste anche un terzo livello di supporter. E cioè?
«C’è un’area più fluida e meno caratterizzata del mondo pacifista che si attiva unicamente quando si tratta di dare addosso agli americani. Per loro la guerra è solo quella sferrata dagli Usa, mentre la pace coinciderebbe con il ritiro di tutte le truppe straniere dall’Irak. Con questa pura demagogia, frutto egoistico, spregiudicato, miope e controproducente di un ideologismo che considera esclusivamente le proprie ragioni e i propri interessi, la sinistra italiana cade però nel paradosso di schierarsi contro quella maggioranza del popolo iracheno che con il voto del 30 gennaio 2005 ha voluto emanciparsi e liberarsi».
Lei parla spesso di questa maggioranza moderata del mondo islamico che 40 anni fa, tra l’altro, era una realtà consolidata, inabissatasi poi sotto un’ondata di intolleranza.
«Quella maggioranza esiste, non è una mia affermazione ideologica. E quella di allora l’ho conosciuta direttamente nel mio Paese d’origine. Poi, dopo la sconfitta nella guerra del Golan, nel ’67, è partito un inesorabile processo involutivo di islamizzazione dei costumi e di integralismo che ha avuto nel terrorismo la sua deriva più deleteria».
Ma nonostante tutto si dice ottimista.
«Certo. Tutti i processi storici hanno un inizio, un culmine e quindi una china discendente. Ebbene, io dico che ora siamo già all’inizio della china discendente del fondamentalismo. E questo inizio ha una data, quel 30 gennaio 2005 in cui il 60 per cento degli iracheni si recò alle urne assestando al terrore e ai terroristi, con la forza della maggioranza, la prima sconfitta. Dalla quale non si riprenderanno più».
Tra i tanti sassolini che si è tolto con questo libro ce n’è anche uno dedicato a Oriana Fallaci. Lei le imputa di non saper distinguere l’Islam moderato che avanza da quello che mozza le teste, la accusa in un certo senso della stessa «cecità» che caratterizza proprio i bersagli della grande giornalista.
«Penso che sia colpa della forzata condizione di “reclusa” nella sua casa newyorkese a causa del suo stato di salute. Così deve confrontarsi non più con la realtà diretta, come quando faceva la grande inviata speciale, ma con una realtà mediata attraverso giornali e tv. E a questo aggiungo il comprensibile condizionamento per aver vissuto sul posto l’attacco dell’11 settembre. Ma tutto ciò non le può impedire di distinguere tra me - e lei mi conosce bene - un Adel Smith o un Osama Bin Laden. Perché io combatto come lei, rischiando, e proprio per questo lei deve prendere atto della diversità».

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