Irak, la Costituzione rischia la bocciatura

L’Assemblea rinuncia alle modifiche che avrebbero bloccato il no dei sunniti

Gian Micalessin

Il referendum è tra nove giorni, ma la nuova Costituzione è già morta, bocciata, archiviata. A deciderlo, su richiesta dell’Onu e con l’appoggio degli Stati Uniti, è stato lo stesso Parlamento iracheno che nel fine settimana aveva architettato un escamotage elettorale per impedire la bocciatura del testo. Ma quell’espediente, ai limiti del lecito, studiato per salvare una Costituzione osteggiata dalla minoranza sunnita, rischiava di trascinare il Paese alla guerra civile. Così Onu e Usa hanno accettato di sacrificare la Costituzione e hanno convinto i parlamentari sciti e curdi a rinunciare ai loro sotterfugi. A buttar benzina sul fuoco ci pensano però i terroristi di Al Qaida che, ieri sera, hanno piazzato una bomba all’uscita di una moschea sciita di Hilla, 110 chilometri a sud di Bagdad, uccidendo 25 persone e ferendone un’ottantina. Le vittime sono fedeli reduci dalla prima funzione religiosa del Ramadan sciita.
Dopo il voto del Parlamento, le fazioni sunnite hanno rinunciato al boicottaggio chiedendo invece agli elettori di recarsi in massa alle urne per esprimere un netto rifiuto.
L’escamotage architettato da sciiti e curdi puntava a disinnescare la regola che impedisce la ratifica della Carta costituzionale se in almeno tre delle 18 provincie due terzi dei votanti dicono no al nuovo testo. Il marchingegno elettorale studiato per impedirlo era semplice. Consisteva nel considerare come votanti non gli elettori andati alle urne, ma tutti quelli iscritti alle liste elettorali.
In questo modo, per raggiungere il quorum in una provincia con un milione di elettori registrati, i partiti sciiti avrebbero dovuto garantirsi oltre 667mila voti negativi. Quel quorum «impossibile» avrebbe trasformato il referendum in un successo e garantito l’entrata in vigore di un testo costituzionale che, dal punto di vista sunnita, condanna il Paese alla spartizione riservando a sciiti e curdi il controllo della ricchezza petrolifera.
La regola, ripristinata dal voto del Parlamento, condanna alla bocciatura la nuova Costituzione perché le formazioni sunnite sono in grado di raggiungere il quorum in almeno quattro provincie. «Siamo molto felici per la decisione dell’Assemblea Nazionale. Ora avremo - ha annunciato ieri Michael Schulenburg, vicecapo della missione Onu in Irak - un referendum che rispetta gli standard internazionali e gli iracheni potranno avvantaggiarsene per usare il loro diritto democratico ad esprimersi».
Washington, ufficialmente, continua a chiedere la ratifica del testo costituzionale, ma Condoleezza Rice, architetto supremo dei piani iracheni, ha già deciso di abbandonare al proprio destino la contestata Costituzione. Consapevole che l’unico modo per garantire l’unità del Paese passa attraverso il reinserimento nel gioco politico della fazione sunnita, la Rice ha usato tutte le pressioni possibili per imporre ai deputati curdi e sciiti una brusca retromarcia. La mossa punta a evitare i prodomi della guerra civile, ma anche a rilanciare le trattative con la parte più pragmatica della guerriglia e isolarne le componenti radical islamiche.
Il testo di rettifica - approvato dal Parlamento con 119 voti contro 28 in un’aula disertata da metà dei 275 deputati - conferma, ha spiegato Hussain al Sharistani, vicepresidente dell’Assemblea - che «i votanti sono i cittadini registrati nelle liste elettorali andati effettivamente alle urne». Il portavoce del governo Laith Kubba, sorvolando sulle pressioni di Onu e Usa, ha sottolineato il desiderio dell’esecutivo di garantire un referendum «credibile». «Siamo più preoccupati del suo successo - ha detto Kubba – che del risultato». Meno diplomatico il sunnita al Mutlaq, che ha ha già annunciato di non voler rinunciare all’opportunità offertagli dal Parlamento. «Grazie a questo voto i sunniti saranno in grado di bocciare la Costituzione perché - se non vi saranno brogli - il 95 per cento dei voti sunniti sarà un secco no».