Irak, escono dai ministeri gli squadroni della morte

Andrea Nativi

Le squadre della morte confessionali esistono davvero e mietono vittime in Irak. Lo ha ammesso ieri a Bagdad lo stesso ministro degli Interni iracheno, Bayan Jabr, il quale peraltro sostiene che questi gruppi non hanno nulla a che fare con le forze di polizia o dell'esercito. Bayan Jabr afferma che si tratta invece di guardie di sicurezza civili, tra le oltre 30.000 impiegate da altri ministeri iracheni, per non parlare dei membri del Servizio protezione installazioni (Fps), un corpo armato creato dagli Stati Uniti nel 2003 per difendere infrastrutture ed edifici chiave e che conta oltre 150.000 uomini. Il ministro degli interni in particolare punta il dito proprio sugli uomini dell'Fps, che hanno uniformi, armamento e veicoli molto simili se non identici a quelli delle forze di polizia. E che, guarda caso, non sono sotto il controllo del dicastero.
Con queste dichiarazioni l'esponente del governo vuole allontanare l'ombra del sospetto dal suo ministero, che invece è più che nel mirino. Secondo testimoni sunniti sono proprio appartenenti alle forze di polizia a dedicarsi, con armi e uniformi di servizio, alla eliminazione di civili sunniti in ritorsione per gli attacchi che colpiscono i luoghi sacri e popolazione sciita. Rapporti statunitensi confermano che l'infiltrazione di ex appartenenti alle milizie confessionali sciite nell'apparato di polizia è elevata. E questi miliziani si dedicano a rappresaglie, intimidazioni, rapimenti e uccisioni a danni dei sunniti. Persino una unità di élite, come la Brigata Commando Lupo, sarebbe stata «contaminata» da appartenenti alle Brigate Badr.
I comandanti militari statunitensi sono preoccupati, il futuro del Paese dipende dalla tenuta delle forze di sicurezza irachene, le quali non devono essere coinvolte in quelle faide confessionali che, secondo fonti ufficiali, hanno provocato oltre 1.300 morti sono nel mese di marzo. Il problema è reale. Al punto che i soldati Usa sono tornati a pattugliare le strade della capitale, perché danno quella garanzia di neutralità che non è riconosciuta alle unità della polizia. La situazione dell'esercito è per fortuna meno preoccupante.
Il tentativo di dar vita a formazioni multiconfessionali ha incontrato finora un successo solo parziale. I sunniti rappresentano appena il 10 per cento dei militari e dei poliziotti di truppa e dei sottufficiali, mentre le cose vanno meglio per i quadri ufficiali, con una percentuale che sale al 20 per cento. I sunniti sono circa il 20 per cento della popolazione irachena. L'obiettivo immediato è quindi quello di reclutare un maggior numero di sunniti. Occorre poi bilanciare meglio la composizione dei reparti anche al minimo livello organico ed evitare l'ammissione dei membri più compromessi delle milizie di partito.
Però oggi gli Usa hanno meno voce in capitolo, si occupano dell'addestramento, ma i veri poteri sono in mano alle autorità irachene. E se i maggiorenti iracheni non intervengono con decisione il rischio che le forze di sicurezza si dividano su base etnica e si scontrino può diventare reale.