Irak, la famiglia delle donne bomba Madre e figlia pronte al martirio

La ragazza fermata prima dell’attacco, si è consegnata ai poliziotti: indossava un corpetto esplosivo. Il padre era morto in un attentato suicida

Carne della mia carne, bomba della mia bomba. Potrebbe averglielo detto prima di spirare il padre protagonista di un attentato suicida qualche tempo fa. Potrebbe averglielo sussurrato la madre poco amorosa mentre le cingeva addosso spoletta ed esplosivo. Proprio mentre il premier iracheno Nouri Al Maliki annuncia il ritiro entro il 2011 di tutti i soldati americani dall’Irak, il Paese scopre una nuova sfaccettatura del terrore, fa i conti con la perversione di una fanatismo capace di trasformare una famiglia in una santabarbara suicida. «C’è un accordo già raggiunto - ha detto ieri Al Maliki rivolgendosi a un gruppo di leader tribali convocati nel cuore di Bagdad - per mettere fine alla presenza americana entro gli ultimi mesi del 2011».

L’addio statunitense dunque è fissato, concordato. La vera, autentica storia di Rania rischia invece di perdersi nelle nebbie del confuso orrore a cui ci ha abituato la cronaca irachena. L’unica certezza è congelata in quelle fotografie scattate lunedì davanti a una barriera metallica di Baqouba, l’ultima roccaforte di Al Qaida a nord di Bagdad, nella provincia di Diyala. Ammanettata a quelle sbarre, nervosa, scarmigliata, agitata c’è lei: Rania, la ragazzina bomba. C’è qualcosa d’insolito, di quasi osceno in quella foto. Almeno per le abitudini e le usanze irachene.

Lei ha soltanto quindici anni, ma è già una donna prosperosa e procace. Il suo sguardo sperduto tra quei boccoli castani liberati dal velo è al tempo stesso smarrito e provocante. Ma quel che più colpisce è quel seno compresso, schiacciato, imprigionato nella scollatura del tritolo. Era tutto nascosto sotto le pieghe di un velo a fiori. Un giubbotto bianco, modellato sulle curve di petto e fianchi, qualche chilo di esplosivo nei tasconi laterali, una spoletta pronta per l’innesco fatale. Era tutto celato sotto un velo scelto con criminale attenzione. Non è un lugubre chador, simbolo di rigore e fondamentalismo. È un garrulo manto floreale come quelli usati dalle donne irachene che pur non condividendole s’assoggettano alle nuove regole fondamentaliste. Per fortuna stavolta non basta. I soldati messi sull’avviso da quello sguardo confuso, da quell’avanzare incerto, bloccano Rania la interrogano, la spogliano, la scoprono, l’incatenano alla palizzata.

E ora Rania è lì che racconta, parla, nega si contraddice. E più il tempo passa più la storia si fa complicata. Lei racconta di due altre donne misteriose, sostiene di non aver pensato neppure un attimo a farsi esplodere: «Giuro su Allah non volevo uccidere nessuno, quelle due neppure le conoscevo, erano straniere, mi hanno soltanto chiesto d’indossare il giubbotto, di portarlo fino a casa, una si faceva chiamare Fadhila e l’altra Widad, e io stupida ho detto di sì».

Ma la storia regge poco. Anche perché nella casa di Rania c’è un altro giubbotto esplosivo identico a quello trovato addosso a lei, pronto a venir calzato e usato. In compenso, mancano la madre e la sorella uscite da poco, scomparse nel nulla. A trovarle e arrestarle, a ricostruire la storia di quella famiglia marchiata dal segno del terrore suicida ci vuole poco. Il padre di Rania è morto poco tempo fa, smembrato dalla bomba che s’era legato addosso. La madre e i parenti sono tutti conosciuti come sostenitori di Al Qaida e del terrore kamikaze. A quel punto poco resta da scoprire. Solo una nuova raccapricciante caduta libera nell’orrore, una caduta capace di trasformare una fanciulla quindicenne in una bomba umana e una famiglia in una nidiata di kamikaze.