Irak, la favola del cane Nubs Ferito al fronte, vivrà negli Usa

«C'era una volta un cane… ». Potrebbe iniziare così, dato che questa, più che di una storia, ha il sapore di una favola. Comunque sia, c'era una volta un cane del deserto. Un bastardo senza nome, né padrone, né orecchie, tagliategli quand'era cucciolo. Un fagotto di pelle e ossa, coperto dalle mille cicatrici (fisiche e no) che può collezionare un meticcio cresciuto allo stato brado, al confine tra Irak e Siria. Sì, zona di guerra, dove già soffrono i cristiani, figuriamoci un cane… Sì, zona di guerra, dove se un pasto è un miraggio, una carezza è addirittura un sogno.
Eppure Nubs - perché adesso lui un nome ce l'ha - quel sogno lo ha realizzato. Un american dream coronato per ora solo in parte, venerdì scorso, dopo un volo di 6mila miglia, all'aeroporto di San Diego, in California. Lì, davanti ai fotografi e ai cameramen accorsi ad accoglierlo, lui ha subito cercato di individuare con gli occhi e col naso l'altra parte - per lui la più importante - di quel sogno. Ma per rivedere il suo amico e salvatore, Brian Dennis, maggiore pilota dei marines, dovrà attenderne il congedo, a fine di marzo. Perché Brian è ancora là, nel deserto. Là dove tutto è cominciato.
Brian, 36 anni, un marcantonio con il sorriso dolce di chi è nato tra le arance della Florida, si era fatto destinare alle infrastrutture. Stufo di volare e combattere, voleva soltanto aiutare. E là, nel deserto, attorno all'accampamento, scorrazzavano i cani randagi usati dagli iracheni come sentinelle in cambio di qualche avanzo. «Animali incredibili - scriveva Brian a casa -. Avvertono un fruscio a miglia di distanza e abbaiano per difendere il territorio. Sono magri da far paura e noi gli lanciamo le nostre razioni». Ma un giorno, lo scorso ottobre, tra tutti quei musi lui ne aveva scelto uno. Uno solo. Perché proprio quello? Non si sa, ma nelle favole non si fanno simili domande.
Era l'incrocio tra un pastore tedesco e un border collie, un meticcio bianco e grigio con due mozziconi - nubs, in gergo - al posto delle orecchie. Ed ecco il perché del nome. «Glielo si legge negli occhi, ha conosciuto solo combattimenti, guerra e abusi - scriveva Brian -. È ora che cominci a vivere una buona vita». Invece, di ritorno da una missione, era dicembre, lo aveva trovato più morto che vivo, intirizzito dal gelo, con un dente in meno e una ferita infetta sul fianco sinistro. Sembrava un morso; era un colpo di cacciavite.
Ma i marcantoni della Florida hanno spesso un cuore d'oro e Brian era uno di quelli. Aveva curato il cane con gli antibiotici e sfidando i regolamenti lo aveva tenuto addirittura con sé in branda, abbracciandolo per scaldarlo.
Poi, improvviso, l'ordine di trasferimento a 70 miglia di distanza. «Non stava ancora bene e mentre mi allontanavo lo guardavo con la certezza che non l'avrei rivisto mai più», scriveva ancora lui. Due giorni dopo, pur se conciato da far paura, fuori dalla sua tenda c'era proprio Nubs. Nubs che lo fissava adorante, come sa fare soltanto un cane.
«O trovi chi te lo tiene o lo elimini», era stato però l'aut aut della polizia militare. Ma l'eco di quella minaccia, fatta rimbalzare nel cyberspazio via posta elettronica, aveva raccolto in un attimo i 3.500 dollari necessari per affidare l'animale a un veterinario locale e per farlo volare fino alla base militare del maggiore, a San Diego.
Lì, adesso, steso da venerdì al sole della California, nel giardino di amici fidati, Nubs attende il ritorno di Brian. Poi, da marzo, loro due saranno "Semper Fidelis". L'uno all'altro, proprio come recita il motto dei marines. E se per qualcuno questa non è ancora una favola, di certo non potrà dire che è una storia da cani.