Irak, gli hascemiti unica alternativa all’ingovernabilità

Robi Ronza

Con i tre recenti attentati di Amman il terrorismo islamista ha voluto lanciare una specifica sfida al re giordano Abdallah. Questo aspetto della vicenda merita di venire considerato e approfondito con attenzione. Come già ricordavamo, la dinastia hascemita giordana gode nel mondo musulmano di un particolare ed altissimo prestigio. Insieme al sultano del Marocco Abdallah è l’unico capo di stato arabo a essere discendente di Maometto. Inoltre la sua famiglia è per diritto ereditario custode della Mecca: incarico che mantenne fino agli anni ’20 del secolo scorso quando, con lo squalificante aiuto della Gran Bretagna, la dinastia saudita la spodestò. Infine fu la Giordania a respingere con successo nel 1948 l’attacco israeliano al centro storico di Gerusalemme conservandone il dominio fino al 1967. La Giordania è quindi l’unico Paese arabo che possa vantare una vittoria sul campo contro Israele. Per tutti questi motivi nemmeno il più farneticante dei terroristi islamici può permettersi di mettere in discussione gli hascemiti, che tra l’altro hanno il grande merito di non aver impedito la partecipazione alle elezioni degli integralisti islamici lasciando che li sconfiggessero gli elettori e non i carri armati.
Qualcosa che ad esempio in Algeria non si ebbe il coraggio di fare aprendo così la via a una guerra civile durata anni e costata decine di migliaia di morti.
Infine, come se non bastasse, gli hascemiti di Giordania sono eredi legittimi del re dell’Irak, egli pure hascemita, deposto nel 1958 e massacrato insieme a tutta la sua famiglia da congiurati che aprirono così la via alla presa del potere da parte di Saddam Hussein.
Sono perciò anche l’unica alternativa possibile all’eventuale irreformabile ingovernabilità dell’odierno regime iracheno.
Erede della politica autorevolmente realista di suo padre Hussein, Abdallah non ha esitato a uscire allo scoperto pubblicando un Manifesto per la modernizzazione del mondo arabo che costituisce fino ad oggi l’unica forte base teorica per un progetto di ammodernamento politico-culturale del mondo musulmano che sia realmente alternativo alla demenziale cultura del terrorismo. Nessun altro leader politico musulmano ha avuto il coraggio di far niente di simile, compresi tutti quelli che con infelice espressione vengono come lui definiti «moderati». Sarebbe perciò molto importante dare il massimo sostegno ad Abdallah creando le condizioni perché la linea definita nel suo Manifesto trovi eco e consenso in quelle nuove generazioni arabe istruite, ma con poco o nessun futuro, che sono oggi il grande brodo di coltura del terrorismo. In tale prospettiva non basterebbe però fare soltanto un’opera di sostegno diplomatico e di promozione culturale. Questa è necessaria ma non sufficiente. Altrettanto indispensabile è una politica di sviluppo condiviso che concretamente apra a tali nuove generazioni arabe prospettive e modelli diversi da quelli offerti dall'estremismo e infine dal terrorismo. È vero che tutto ciò è cosa né breve né facile. Però è sempre meglio che tirarsi addosso un futuro segnato a ritmo crescente da nuovi «Irak» sempre più ingovernabili e incontrollabili.