Irak, i sauditi avvertono gli Usa: se vi ritirate aiuteremo i sunniti

Roberto Fabbri

L’Arabia Saudita è pronta a finanziare la resistenza armata dei sunniti iracheni contro gli sciiti se gli Stati Uniti dovessero ritirare le proprie truppe dall’Irak. Il re saudita Abdullah - scrive il New York Times - ha informato due settimane fa di tali intenzioni il vicepresidente americano Dick Cheney durante la visita lampo di quest’ultimo a Riad.
La mossa saudita si spiega con la crescente preoccupazione nel campo sunnita per la crescita dell’influenza dell’Iran, regime sciita con aperte ambizioni nucleari e in grado di trasformare un Irak non più presidiato dagli americani e dai loro alleati nel teatro di uno spaventoso massacro. Re Abdullah avrebbe anche chiesto a Cheney di evitare aperture diplomatiche a Teheran, concentrando invece l’azione degli Stati Uniti sulla soluzione del conflitto israelo-palestinese.
Le preoccupazioni saudite sono aumentate da quando in America la sconfitta elettorale dei repubblicani del presidente Bush e la successiva diffusione del rapporto Baker hanno dato fiato ai sostenitori del ritiro dall’Irak. Nulla angoscia Riad più di un Irak sotto il controllo sciita, ma i timori dei sauditi si estendono anche ad altri scenari: in primo luogo a quello libanese, dove è noto il loro sostegno al governo Siniora contro Hezbollah e i suoi finanziatori (e fornitori di armi) iraniani. E non è solo l’Arabia Saudita a temere l’espansionismo di Teheran: tra i più preoccupati ci sono i ricchissimi monarchi del Golfo, ma anche la Giordania e l’Egitto.
La Casa Bianca, per bocca del portavoce Tony Snow, smentisce il New York Times («la linea politica del governo saudita non prevede interventi diretti nelle questioni irachene»), e lo stesso fanno fonti diplomatiche saudite citate da altri giornali americani. Ma dietro ciò che scrive il New York Times si nasconde un complesso gioco di potere a Riad. L’ambasciatore saudita a Washington, il principe Turki al-Faisal (che lunedì scorso ha annunciato le sue dimissioni a sorpresa dopo solo quindici mesi dall’assunzione dell’incarico), ha recentemente licenziato il suo consulente Nawaf Obaid, «colpevole» di aver scritto due settimane fa sul Washington Post che «una delle prime conseguenze del ritiro americano dall’Irak sarebbe un massiccio intervento saudita per impedire alle milizie sciite sostenute dall’Iran di massacrare i sunniti iracheni». Obaid non si era limitato a questo: aveva anche sostenuto che l’Arabia potrebbe decidere, aumentando fortemente la sua produzione di petrolio, di dimezzare il prezzo del greggio, «una mossa che sarebbe devastante per l’Iran, che già oggi con prezzi del petrolio alti si trova a fronteggiare difficoltà economiche».
Il governo di Riad ha preso le distanze dalle affermazioni di Obaid, e Turki ha posto fine alla sua collaborazione con l’ambasciata saudita a Washington. Ma appare chiaro, e molti diplomatici arabi lo confermano, che le posizioni espresse dal consulente riflettono gli attuali umori a Riad, e in particolare la preoccupazione per il possibile ritiro americano dall’Irak.
Quanto a Turki, il suo annuncio - finora non seguito dai fatti - di dimissioni anticipate si spiegherebbe con l’ambizione politica. L’attuale ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal (che è fratello di Turki) non gode di buona salute e sembra intenzionato a ritirarsi. Turki mirerebbe alla sua poltrona, ma deve vedersela con un concorrente qualificato e determinato, il principe Bandar, attuale consigliere per la sicurezza nazionale saudita e ben noto per la sua vicinanza con la Casa Bianca. Chiunque prevalga, avrà le sue belle gatte da pelare.