Irak, i sunniti non chiudono la porta al dialogo

Gaia Cesare

«No alla Costituzione, sì all’Irak unito». In migliaia sono scesi in piazza, nella città natale di Saddam, a Tikrit, cuore del «triangolo sunnita», per gridare il loro dissenso contro la Carta siglata domenica a Bagdad. Sono i sostenitori della vecchia nomenklatura, i nostalgici del regime, quei sunniti che dalla nuova Costituzione si sentono tagliati fuori e che intendono incoraggiare i loro rappresentanti - gli stessi che due giorni fa si sono rifiutati di firmare il testo e si sono autoesclusi dal processo storico che ha investito l’Irak - a insistere sulla linea dura. Mentre stringono fra le mani persino i ritratti di Muqtada al Sadr e Jawad al Khalisi, leader sciiti contrari alla Carta, promettono: «Sacrificheremo la nostra anima e il nostro sangue per te, Saddam».
E loro, i leader politici sunniti, se da una parte restano inamovibili sul «no» al nuovo assetto politico-istituzionale e religioso nel Paese, dall’altra non escludono che una modifica del testo possa cambiare le carte in tavola. Nonostante le dure critiche, il portavoce del Partito islamico iracheno, Tareq al Hashemi, che rappresenta la principale formazione politica sunnita, ha ammesso che c’è ancora spazio per una trattativa: «Potremmo dire sì alla Costituzione se i punti su cui siamo in disaccordo saranno risolti». La linea è quella di invitare i sunniti a bocciare «questa» Costituzione, ma di lavorare con la diplomazia per cercare di strappare nuove concessioni.
Sul testo approvato domenica, invece, la posizione sunnita è inequivocabile: la Carta è «inaccettabile». «Apre una porta sull’ignoto», afferma in un comunicato il Partito islamico. «È il risultato di un’intesa elettorale e non di un’intesa politica e del principio della compartecipazione», si legge ancora nella nota diffusa ieri dal partito, che ci tiene a precisare di aver cercato «invano» di far valere il principio di «un patto nazionale che unisse tutti gli iracheni, salvaguardando il loro Paese».
Alla voce politica si è aggiunta quella religiosa. Il comitato degli ulema sunniti ha invitato gli iracheni a «levarsi contro il complotto americano per dividere l’Irak in piccoli cantoni». E in molti sembrano pronti a una mobilitazione serrata in vista del referendum. A Falluja, dove gli americani vinsero lo scorso novembre una dura battaglia contro la guerriglia sunnita, centinaia di persone ogni giorno affluiscono nei centri di registrazione elettorale per poter partecipare al referendum che deciderà le sorti della Costituzione. Basta coi boicottaggi, basta defilarsi in segno di protesta come avvenne il 30 gennaio scorso in occasione del voto per la formazione dell’Assemblea nazionale. Ora è il tempo della mobilitazione in nome della contestazione. «Siamo pronti a partecipare al referendum e voteremo nonostante le minacce e le intimidazioni», ha dichiarato lo sceicco Majed Jassem al Chouah, capo della tribù Jumeila, molto influente nell’area. Lui, come altri capi tribali, è convinto che anche questa volta la popolazione sunnita risponderà all’appello delle autorità, attuando il contrordine che invita a non mancare l’appuntamento referendario, in modo che i due terzi del numero degli elettori, in tre delle 18 province irachene, possa decretare la bocciatura della Costituzione. E il presagio sembra che si possa avverare con facilità: nella provincia di Al Anbar l’iscrizione al voto è stata prorogata a causa delle lunghe code.
Sulla carta, i numeri per costringere curdi e sciiti a scendere a patti con loro, ci sono: i sunniti sono maggioranza proprio nella provincia di al Anbar e in quelle di Mosul e Salhaeddin e con il loro voto di protesta potrebbero costringere il processo istituzionale a ripartire da zero. Il termine per iscriversi alle liste referendarie scadrà il prossimo 1 settembre. E anche i sondaggi dicono che la partecipazione al voto del 15 ottobre sarà massiccia. Secondo l’indagine pubblicata dal quotidiano arabo Al Sharq Al Awsat, edito a Londra, l’80 per cento degli aventi diritto si recherà alle urne in quella data.
Ma c’è l’altra faccia dell’Irak che invece è pienamente soddisfatta della svolta. Mentre la stampa locale si compiace per il nuovo corso, il presidente Jalal Talabani ha esortato dal canto suo gli iracheni a votare «sì», pur ammettendo il rischio di una bocciatura al referendum. Gli ha fatto eco il presidente della regione autonoma del Kurdistan, Massud Barzani.
Il timore che il Paese - come hanno dimostrato le manifestazioni di piazza di ieri - piombi nel caos e nella guerra civile ha spinto anche il leader sciita Sadr a chiedere un pellegrinaggio a piedi verso la città di Najaf, in nome della pace dopo gli scontri interni della settimana scorsa.