Irak, libera dopo 102 giorni la giornalista Usa

Gian Micalessin

Quel giorno Jill aveva promesso al giornale l’intervista ad Adnan Doulani. L’intervista al più famoso politico sunnita non arrivò mai sulle pagine del Christian Sciente Monitor. Jill non arrivò neppure a casa sua. L’aspettavano qualche centinaio di metri prima. Poche ore dopo le agenzie battevano la notizia della sua scomparsa e dell’uccisione del suo autista. Era il 7 gennaio, e molti la davano già per morta. Chi non disperava ricordava che Jill Carrol è una donna, che ha 28 anni, parla arabo, conosce mezza Bagdad. Molti continuavano a scuotere la testa, a ricordare che neppure quello bastava. Nessun ostaggio americano prima di lei era mai stato rilasciato vivo. Per nessuno Washington aveva trattato, negoziato o pagato. E quando tre mesi dopo fu ritrovato il cadavere di Tom Fox, americano come lei, chi ancora sperava si sentì gelare il sangue. Tom era un militante pacifista, un cristiano deciso battersi contro la guerra e le sofferenze del popolo iracheno. Se avevano ucciso lui perché risparmiare lei?
Invece Jill, la free lance che prima di passare al Christian aveva lavorato anche per l’Ansa, è scampata. È sopravvissuta al suo passaporto, al pessimismo e all’odio. Centodue interminabili giorni nella penombra di una stanza. Sola con i cattivi pensieri, sola con le più tremende paure. Soltanto una volta un giornale. Un’altra qualche ora di televisione. Per 102 giorni l’unica occasione per uscire da quella penombra senza voci e rumori era il permesso di andare in bagno.
Poi, all’improvviso, l’epilogo. Jill si ritrova su un’auto. La scaricano di nuovo nel frastuono, nella calura del sole accecante di Bagdad. Vaga per qualche minuto, vede le insegne dell’ufficio del partito islamico, si scaraventata dentro, urla il proprio nome. Non c’è bisogno d’insistere. Ha la testa coperta da un velo, indossa una tunica grigia lunga fino ai piedi, ma la riconoscono. Pochi a Bagdad ignorano la sua storia. Quando arrivano soccorsi e televisioni, lei continua a ripetere di essere stata trattata bene, ma di non sapere perché l’abbiano rapita. «Quando mi hanno preso mi hanno solo gridato di andare con loro, nessuno mi ha detto una parola di più, non mi hanno mai minacciato, non mi hanno mai colpito, sono felice di essere libera, non vedo l’ora di riabbracciare la mia famiglia», ripete alle telecamere prima di essere portata all’ospedale per gli accertamenti medici. In cambio della sua vita le «Brigate della vendetta» chiedevano la liberazione di tutte le prigioniere irachene. Sulla sua testa pendeva un ultimatum scaduto da oltre un mese. Ma lei evidentemente lo ignorava.
Ora ci si chiede come sia stata ottenuta la sua liberazione. Se sia stato pagato un riscatto. Se siano stati liberati dei prigionieri. Se sia stato raggiunto qualche altro accordo. Gli americani si guardano bene dall’ammettere qualsiasi trattativa ufficiale. Zalmay Khalizad, l’ambasciatore plenipotenziario statunitense, nega nel modo più assoluto il pagamento di un riscatto da parte dell’ambasciata. Spiega che «nessuna persona degli Stati Uniti ha raggiunto un accordo con qualcuno. Per persona degli Stati Uniti - precisa in modo sottile e ambiguo - intendo il personale della missione statunitense». A trattare o a pagare potrebbe essere stato, insomma, qualsiasi altro americano o straniero non uscito dagli uffici dell’ambasciata. Non a caso la famiglia di Jill ringrazia per prima cosa «le persone generose di tutto il mondo che hanno lavorato ufficialmente e non ufficialmente, e specialmente tutti coloro che hanno rischiato personalmente per ottenere il rilascio di Jill». E anche il presidente George W. Bush, dopo essersi detto felice per il suo rilascio, non tralascia di ringraziare «chi ha lavorato duro per ottenere il suo rilascio».
Da Berlino anche Condoleezza Rice, dopo aver festeggiato la liberazione di Jill, dispensa ringraziamenti e tributi a «quanti in giro per il mondo hanno lavorato e pregato per ottenerla». Il padre Jim si affaccia sulla porta di casa, chiede ai giornalisti di dare un po’ di respiro a lui e a quella figlia ancora lontana, dice di non sapere ancora dove lui e sua moglie andranno ad attenderla. «Siamo emozionati e abbiamo il cuore pieno di gioia», urla.
Ma nel comunicato diffuso dalla famiglia assieme a tutto il Christian Sciente Monitor c’è anche il ricordo per gli ostaggi stranieri non ancora rilasciati, la compassione per le centinaia di iracheni rapiti e ignorati dal mondo. «I nostri pensieri oggi sono con le famiglie di degli ostaggi ancora detenuti in Irak - ricorda Richard Bergenheim, redattore del quotidiano -, molti di loro sono iracheni e il mondo non può sentire le loro voci e quelle dei loro congiunti, ma essi meritano la stessa attenzione e la stessa libertà restituita a Jill. Non permetteremo che il loro destino venga ignorato».