Irak, linea dura Usa con Teheran: assaltato un consolato iraniano

Gli ayatollah protestano ma gli americani ribattono: «Non era una rappresentanza diplomatica»

Detto e fatto. George W. Bush l’aveva annunciato poche ore prima. «Bloccheremo gli attacchi alle nostre forze e interromperemo il flusso d’aiuti proveniente da Iran e Siria», aveva promesso mercoledì il presidente anticipando le linee guida della nuova strategia americana. Poche ore dopo, quando in Irak sono le tre di notte, i soldati americani bussano alle porte del consolato iraniano di Erbil, capoluogo dei territori curdi. Che non sia una visita di cortesia lo si capisce subito. La porta viene abbattuta, i soldati fanno irruzione con le armi spianate e qualche minuto dopo ne riescono tirandosi indietro sei sconcertati impiegati iraniani, qualche computer e varie casse di documenti. Gli americani si guardano bene dall’ammettere di aver violato un locale coperto dall’immunità diplomatica. «Non era una rappresentanza diplomatica», ripete un alto funzionario del Pentagono mentre altre fonti anonime statunitensi descrivono l’operazione come il primo atto della strategia messa a punto per bloccare le cosiddette «interferenze» iraniane in Irak. Per rimarcarlo, minacciando nuove azioni contro chiunque tenti di fomentare violenze e scontri alimentando il clima da guerra civile, scende in campo il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice. «Iran e Siria devono metter fine alle loro condotte destabilizzanti», sottolinea il capo della diplomazia statunitense durante una conferenza stampa in cui ricorda che gli Stati Uniti «difenderanno i propri interessi e quelli dei loro alleati». Ma la Rice si dice anche pronta ad aprire negoziati con Teheran e a rivedere tutta la politica nei confronti della Repubblica Islamica se e quando l’Iran sospenderà il programma di arricchimento dell’uranio. «Rinnovo la proposta già avanzata varie volte... se l'Iran sospende l’arricchimento dell’uranio, come già chiesto a livello internazionale, gli Stati Uniti saranno disponibili a rivedere gli ultimi 27 anni di relazioni e io potrò incontrare la mia controparte iraniana in ogni momento e ovunque».
L’irruzione nel consolato di Erbil, non promette, però, nulla di buono. Almeno per ora. Teheran ha già convocato l’ambasciatore della Svizzera, curatrice degli interessi americani a Teheran, e quello dell’Irak accusando Washington di aver violato l’immunità di una sede diplomatica. Gli sconcertati portavoce del governo iracheno si limitano a dire di attendere spiegazioni, sia da parte iraniana che americana, sul ruolo dei sei fermati. La nuova strategia della fermezza annunciata da Bush è, però, ben lontana dall’appassionare il governo del premier iracheno Nouri Al Maliki. Il premier e i suoi alleati sciiti temono di ritrovarsi costretti a scegliere tra la fiducia di Washington e la fedeltà a Teheran. La scelta, quasi impossibile, potrebbe spingere Al Maliki alle dimissioni entro qualche mese facendo posto all’ascesa dell’attuale vicepresidente, Adel Abdel Mahdi.
Il pugno di ferro di Washington rischia di tramutarsi in un bacio della morte anche sul piano della politica interna. Se veramente gli americani disarmeranno tutte le milizie eliminando dalla scena l’agitatore sciita Moqtada Sadr, come garantisce alla stampa il nuovo segretario alla Difesa americano Robert Gates, allora Al Maliki si ritroverà senza un alleato cruciale per la sopravvivenza del governo. Non a caso i portavoce del premier si guardano bene dall’esprimere soddisfazione per l’invio di nuove truppe americane e suggeriscono, in alternativa, un più ampio utilizzo dell’esercito governativo per garantire la sicurezza di Bagdad. «Senza di noi il piano americano non può aver successo... dobbiamo lavorare assieme per sconfiggere la violenza e il terrorismo e difendere il sistema democratico», sottolinea il consigliere Sadiq al-Rikabi rilanciando l’idea di schierare a Bagdad diecimila militari governativi. Ma il ruolo dei 21.500 rinforzi Usa sembra proprio quello di ridurre al massimo l’impiego delle forze irachene. Soprattutto in una capitale dove, ogni giorno, i sunniti lamentano nuovi attacchi e nuove violenze per mano di milizie sciite.