Irak, le manovre di D’Alema irritano gli Usa

E Rizzo (Pdci) guida la carica dei radicali: «Ritiro già deciso, ci importa poco delle reazioni degli statunitensi»

Alessandro M. Caprettini

da Roma

Persino Romano Prodi, a questo punto, cerca di metterci una «pezza»: «Stiamo lavorando in modo che tutto avvenga senza introdurre irritazione con gli alleati, tanto meno con gli americani...» ammette il premier da Parigi, dove ieri ha visto Chirac. Parole le sue che non rassicurano affatto Washington, dove sempre più si crede che il governo italiano sia di fatto «ostaggio» delle sinistre radicali. E dove non è tra l’altro affatto piaciuto che a Roma si sia data pubblicità al faccia a faccia tra Massimo D’Alema e l’ambasciatore Usa Ronald Spogli, quasi potesse di fatto anticipare l’incontro di venerdì tra il nostro ministro degli Esteri e il segretario di Stato Condoleezza Rice.
Chi ha «soffiato» dell’incontro alla Farnesina? Gli americani negano. Al ministero degli Esteri tacciono. Fatto sta che sull’appuntamento di ieri si sono chiuse tutte le bocche, anche se è confermato che l’ambasciatore statunitense è andato a riproporre la protesta del suo governo per il cambio delle carte in tavola da parte di Prodi e compagni. C’era un accordo e «i patti vanno rispettati», il succo del discorso che Spogli avrebbe fatto a D’Alema. Esistevano patti chiari anche con i nostri elettori, la risposta del vicepremier. Ma non è chiaro cosa D’Alema abbia replicato al suo interlocutore in tema di Prt (Provincial reconstruction team) dopo avere affermato il giorno prima, da Lussemburgo, che se esistevano intese in materia, da far gestire agli italiani, queste «non erano state discusse in Parlamento». E ciò perché, proprio poche ore prima dell’incontro con Spogli, un adirato Antonio Martino aveva diffuso una nota in cui, tacciato il ministro degli Esteri di «dichiarazioni false e calunniose», metteva in rilievo come proprio lui, il 19 gennaio scorso, avesse annunciato alle commissioni Difesa ed Esteri «l’assunzione della responsabilità di un Prt nella provincia di Dhi Qar. Indicazione questa - proseguiva l’ex-ministro della Difesa - che avevo del resto già annunciato per grandi linee nel convegno dei Ds su “Le nuove sfide per la Difesa” svoltosi il 7 novembre del 2005». E Gianfranco Fini (An) conferma: «D'Alema ha detto una cosa inesatta. Dovrebbe sentire il dovere di parlare in modo informato, perché è agli atti che Martino il 19 gennaio aveva detto chiaramente che l'Italia si accingeva a trasformare la presenza militare in presenza civile».
Niente patti segreti, insomma: tutto alla luce del sole. Annunciato e ribadito. Un impegno cui gli americani si aspettano che l’Italia tenga fede. Solo che D’Alema non pare in grado di rispettare quell’obbligo. Al pari di Prodi che, dopo aver visto Chirac, prova a difendersi indossando le sue vecchie vesti di presidente Ue: «Non c’è problema di discontinuità nei rapporti con l’amministrazione Usa. Non ho mai ritenuto che questi rapporti si fossero deteriorati. Ho sempre pensato invece che ci fosse e che ci sia un momento di forte dissenso tra gli Stati Uniti e diversi Paesi dell’Unione Europea sulla questione irachena».
Così si annuncia forse non tempestoso, ma quantomeno gelido l’appuntamento tra D’Alema e la Rice nella capitale americana. Il ministro degli Esteri, che prima sarà a Bruxelles per il suo esordio nel summit Ue, aveva deciso di portare con sé quattro dossier su tre dei quali (Medio Oriente, Iran, Afghanistan) le distanze non paiono così sensibili tra noi e gli Usa, così da poter forse ammortizzare lo scontro sull’Irak. Per sua sfortuna, in questi giorni cresce la richiesta di ritiro anche da Kabul, grazie alle spinte di Rifondazione, dei Comunisti e dei Verdi. E in più a Washington non hanno granché apprezzato il suo ergersi a demolitore di Guantanamo, quasi fosse un centro d’accoglienza piuttosto che un carcere per terroristi. Hanno a Washington la sensazione che D’Alema si sia messo in scia alle sinistre radicali. Che non a caso ieri, vigilia dell’intervento di D’Alema alla Camera e del suo breve tour Bruxelles-Washington gli hanno spedito tramite Rizzo (Pdci) un memorandum preciso che recita: «Il ritiro delle truppe italiane dall’Irak è un fatto deciso. Che il governo statunitense si irriti o meno, rispetto a questa scelta, poco importa. L’Italia deve saper esprimere una sua politica estera autonoma».