Irak, la marcia indietro di Prodi fa infuriare Rutelli

La Margherita: «Non era un documento ufficiale? Bene, allora ha scritto una lettera aperta...»

Laura Cesaretti

da Roma

È facile profeta, Clemente Mastella, quando preconizza che «la prossima settimana l’Unione si troverà a sbandare sull’Irak». Le sbandate sono già ampiamente in corso da settimane. La novità che ieri, per qualche ora, ha animato il centrosinistra, è che il leader è sembrato deciso a prendere una posizione. Differenziandosi apertamente, per la prima volta, dall’ala sinistra della sua coalizione. Solo un’impressione, però, durata un pomeriggio e tramontata a sera con una rapida retromarcia di Romano Prodi, sotto la pressione di Rifondazione, Verdi e Pdci: nessuna mozione distinta dell’ala riformista sull’Irak, come invece aveva lasciato credere fino a poche ore prima.
Ieri mattina il Professore faceva sapere di aver «attivamente e proficuamente» lavorato per cesellare una linea sull’Irak. Nel pomeriggio ha infine inviato ai segretari di partito della sua coalizione il frutto delle sue fatiche: una bozza di mozione da presentare in Parlamento sulla questione irachena, su cui intendeva cercare la «convergenza unitaria» della coalizione. Risultato che subito appariva impossibile: mentre da Ds e Margherita, che da settimane chiedevano una posizione distinta dei «riformisti» dell’Unione sull’Irak, arrivavano entusiastiche adesioni («apprezzamento e consenso», annunciava Rutelli; «per noi va benissimo, in quel documento ci sono le cose che andiamo ripetendo da mesi», faceva sapere Fassino) dall’ala sinistra dell’Unione il testo Prodi viene bocciato. «È stato scritto sotto dettatura di Fassino e Rutelli, non parla chiaramente di ritiro: è da rispedire al mittente», dice il Prc. «Manca la premessa fondamentale, la richiesta di un atto di discontinuità che passa esclusivamente per il ritiro delle forze militari - spiega Paolo Cento del Sole che ride - quindi non può trovare il nostro sostegno. È un errore politico andarsi a impegolare su un tema che non è all’ordine del giorno: di exit strategy dall’Irak ci occuperemo quando Prodi sarà al governo».
Prodi non poteva ignorare che di fronte a un testo che in pratica ricalca quello già abbozzato da Fassino e Rutelli l’Unione si sarebbe divisa. Il suo documento, infatti, ribadisce il «no» alla missione irachena, ma sottolinea che «da gennaio si aprirà una fase nuova sotto l’egida dell’Onu. La comunità internazionale, l’Ue e l’Italia saranno chiamate a uno sforzo nuovo per l’opera di stabilizzazione del Paese», con l’obiettivo di «sostituire le truppe con una forza di mantenimento della pace». Un ritorno dei soldati italiani, dunque, seppure «sotto egida Onu». Quanto al ritiro, il Professore non ne fa certo una bandiera, anzi non usa neppure la parola magica: si limita a invitare il governo a «definire un’agenda per la conclusione della missione Antica Babilonia, individuando tempi e modi del rientro del contingente militare».
Il «no» di tutta l’area pacifista era dunque prevedibile. Ma evidentemente è stato più rumoroso e netto di quanto Prodi si aspettasse. E così, a sera, dal quartier generale del Professore trapelava il tentativo di innestare una rapida retromarcia: «La bozza sull’Iraq emersa oggi era solo una ipotesi sul tappeto», si affannava a spiegare lo staff prodiano, «il lavoro e i contatti proseguono» e in ogni caso «il risultato finale sarà un testo che non avrà la forma di documento parlamentare». Dal Botteghino si sforzavano di ridimensionare il voltafaccia: «Pazienza, l’importante è che la bozza resti almeno come posizione dei riformisti, anche se non la presenteremo in aula». Ma dalla Margherita i commenti erano più aspri: «Niente mozione? Ma se ci era stata annunciata come tale! E che cosa ha scritto Prodi, una lettera aperta? Questa proprio non ce l’aspettavamo». Come profetizza Mastella, le sbandate continuano.