In Irak ora è guerra fra terroristi

Fausto Biloslavo

Sanguinosi scontri armati, vendette tribali, duri contrasti sulle stragi di civili e sulle elezioni sono solo alcuni esempi delle profonde divisioni fra le frange degli «insorti» iracheni e i seguaci stranieri di Al Qaida. Lo ha rivelato ieri il New York Times basandosi sulla testimonianza di alcuni guerriglieri.
Il 23 ottobre scorso a Taji, una cittadina a nord di Bagdad, una riunione fra «insorti» finì nel sangue. Un gruppo di combattenti locali dell’Esercito islamico, formazione più nazionalista che fondamentalista, venne attaccato da elementi di Al Qaida fra i due fiumi, legati al superterrorista Abu Musab al Zarqawi. Due «insorti» iracheni furono uccisi dai professionisti della guerra santa di Al Qaida, secondo il racconto di Abu Lil, affiliato all’Esercito islamico considerato troppo moderato dagli accoliti di Al Zarqawi. Qualche giorno dopo, nei sobborghi di Taji scoppiò una cruenta battaglia, fra guerriglieri locali e le cellule di Al Qaida. Secondo l’intelligence americana scontri del genere con gruppi iracheni come l’Esercito islamico e l’Armata di Maometto, opposti agli «stranieri» di Al Zarqawi, sono scoppiati anche in altre città.
Ancora più interessante l’episodio raccontato al New York Times da Waleed al Samarrai, l’aiutante di uno sceicco ucciso lo scorso settembre da Al Qaida. La sua tribù, furiosa per l’assassinio, arrestò 17 persone sospettate di essere coinvolte nell’omicidio, compresi volontari stranieri della guerra santa provenienti dal Sudan, Marocco, Afghanistan e Arabia Saudita. Al Qaida decise di reagire facendo saltare in aria un kamikaze ai funerali dello sceicco uccidendo un invitato e ferendone altri due. La risposta della tribù non si fece attendere: i tre presunti assassini dello sceicco vennero condannati a morte e fucilati con una raffica di mitra davanti ai capi della tribù.
Altrettanto duro il braccio di ferro sulle elezioni, che Al Qaida ha sempre voluto boicottare. Gli «insorti» dei gruppi disponibili al confronto politico hanno dovuto difendere i seggi in armi dai terroristi stranieri. Nei giorni precedenti gli imam di alcune moschee di Dhuluiya avevano strappato i manifesti di Al Qaida in cui si minacciava «di decapitare chiunque si recasse alle urne».
Proprio ieri in un’intervista al quotidiano arabo Al Hayat un presunto capo della guerriglia irachena, che si presenta con il nome di battaglia Abu Musab, accusa direttamente Al Zarqawi di incassare «tutte le sottoscrizioni finanziarie raccolte nei Paesi arabi a nome della resistenza irachena» senza dividerle con le altre formazioni. Non solo: il New York Times rivela che alla fine del 2003 i guerriglieri della Brigata della rivoluzione del 1920, di stampo nazionalista, si opposero a lungo alla linea stragista di Al Qaida, che aveva appena rivendicato l’esplosione di due auto bomba a Bagdad. Un attentato che provocò una strage fra i civili. Nell’infuocata riunione in una fattoria di Mossul gli «insorti» stavano quasi per venire alle mani con alcuni pachistani di Al Qaida, che per farsi capire avevano bisogno di un interprete arabo. Alla fine la riunione si concluse con una spaccatura insanabile. Spaccatura che gli americani stanno cercando di sfruttare grazie a contatti segreti con la guerriglia anti Al Qaida.