Irak, Al Qaida ammette: "Siamo al collasso"

L’esercito americano sequestra le lettere di due leader terroristi: "Il
morale è a terra, i volontari se ne vanno. Rischiamo la sconfitta". Tra i documenti recuperati anche il testamento dell’emiro dell’area di
Balad

In guerra mai dire mai. Chi ancora pochi mesi fa descriveva l’Irak come il nuovo Vietnam e liquidava come una montatura la «rimonta» studiata dal generale David Petraeus farà bene a leggere le lettere ritrovate nei covi di due comandanti iracheni di Al Qaida. Da quelle righe, scritte tra luglio e ottobre, emerge la disperazione di chi sperimenta sulla propria pelle la controffensiva statunitense.

Scattata come un’idrovora a primavera la «rimonta» di Petraeus ha già risucchiato, a metà estate, molta dell’acqua in cui nuotano i terroristi trasformando le loro roccheforti in trappole per topi. Il primo a capirlo è un anonimo comandante di quella provincia di Anbar considerata un tempo il santuario di Al Qaida. «Siamo in una crisi straordinaria», ammette a luglio lo sceicco descrivendo gli effetti della strategia che sta falcidiando il suo movimento. La chiave di volta del successo americano è la campagna di reclutamento che spinge i capi tribali ad allearsi con gli americani. Quella campagna ammette il comandante «genera panico e paura e toglie la voglia di combattere». Il risultato è un totale collasso della struttura terrorista. «Americani e apostati hanno lanciato la loro campagna e noi ci siamo ritrovati circondati, incapaci di muoverci e organizzarci», spiega il capo alqaidista descrivendo la propria débâcle. La crisi tocca l’apice quando lui e i suoi uomini realizzano di aver perso il controllo della provincia. «Ci siamo ritrovati in uno stato di debolezza e sconfitta psicologica, e questo ha diffuso panico, paura e scarsa voglia di combattere. Il morale è inesistente e la struttura dell’organizzazione al collasso». Anche i volontari stranieri sperimentano grosse difficoltà.

Spesso non riescono a raggiungere le unità alqaidiste e quando ce la fanno restano delusi. Nella lettera, a tratti grottesca, il comandante descrive l’amarezza degli aspiranti kamikaze stranieri spinti fin lì dal sogno di far fuori «20 o 30 infedeli in un colpo solo» e costretti a far i conti con una situazione in cui è spesso impossibile raggiungere l’obiettivo. Attesa e incertezza, ammette il rapporto, spingono molti volontari ad abbandonare tutto e tornare a casa. Alla fine di quella cronologia della sconfitta l’emiro consiglia di mollare tutto e convogliare il grosso delle forze nelle province di Diyala e in quella di Bagdad. Un consiglio seguito alla lettera visto che gran parte delle operazioni di Al Qaida sono oggi concentrate nella capitale e a Diyala. Il cambio di fronte non sembra comunque aver ribaltato la situazione.

Il testamento in 16 pagine scritto a fine ottobre da Abu Tariq - emiro dei settori della zona di Balad a nord della capitale - non è più promettente. Lo sconsolato sceicco, comandante a suo tempo di oltre 600 uomini, ammette in quelle ultime volontà di poter contare ormai soltanto su 20 fedeli. «Siamo stati ingannati e traditi da quelli che consideravamo fratelli - annota l’emiro - ma quelli erano soltanto ipocriti, bugiardi e traditori pronti al momento giusto a unirsi a chi paga di più».