Irak, rapita giornalista americana l’interprete ucciso a sangue freddo

Fausto Biloslavo

Una giornalista americana è stata rapita a Bagdad con il solito sistema dell’appuntamento per un’intervista, che si trasforma in un tranello. Si chiama Jill Carrol, lavora per il giornale Usa Christian science monitor, come corrispondente dall’Irak. Ieri mattina avrebbe dovuto intervistare, Adnan Al Dulaimi, leader del Congresso nazionale del popolo iracheno, uno dei più importanti partiti sunniti che ha partecipato con un discreto successo alle elezioni parlamentari dello scorso dicembre. L’appuntamento era nel quartiere sunnita di Adel, una delle zone «calde» della capitale irachena. La giornalista era arrivata a poche decine di metri dall’ufficio del leader sunnita, quando una Opel rossa le ha tagliato la strada e sono scesi tre uomini armati. Elen John Al Ghazi, l’interprete che accompagnava la Carrol, era un iracheno, ma di fede cristiana. I rapitori lo hanno ucciso subito sparandogli a bruciapelo. La giornalista americana, invece, è stata trascinata a forza sulla macchina dei sequestratori, che si sono velocemente dileguati. Alla scena ha assistito, Samir Najim, una guardia del corpo dello stesso al Dulaimi, che ha descritto il sequestro. Strano, però, che il leader politico sunnita abbia dichiarato che non aveva «in agenda alcun appuntamento con giornalisti occidentali». Forse la giornalista rapita voleva realizzare un servizio sulla zona, a maggioranza sunnita, e agganciare Al Dulaimi, senza però averlo avvisato preventivamente. L’ambasciata americana conferma che un «reporter è scomparso», ma senza fare nomi. In ogni caso, poco dopo il rapimento sono arrivati in forze i soldati Usa, che hanno sigillato la zona.
La sequenza del rapimento, a parte la brutale esecuzione dell’interprete, ricorda da vicino il sequestro della giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena. Anche lei, come l’americana, si trovava in una zona sunnita ad alto rischio e doveva fare un’intervista, mai realizzata. Probabilmente la Carrol era seguita da tempo, forse i rapitori avevano informazioni sui suoi spostamenti di ieri mattina.
Al momento della giornalista non si sa molto, a parte i numerosi articoli sull’Iraq che si trovano su Internet, pubblicati da Christian science monitor. Precedentemente ha lavorato anche per il Wall street journal, il quotidiano a cui apparteneva Daniel Pearl, il giornalista rapito e decapitato in Pakistan dai fondamentalisti islamici.
Attualmente sono ostaggio dei terroristi cinque occidentali. Quattro pacifisti di un movimento cristiano ed un ingegnere francese, che lavora per un’organizzazione umanitaria. Rapiti agli inizi di dicembre, della loro sorte non si sa nulla.
L’edizione di ieri del New York Times rivelava che emissari del Pentagono sono in contatto con alcune formazioni degli insorti sunniti, compreso l'Esercito islamico in Irak e l'Esercito di Maometto, responsabili di alcuni rapimenti, di cui fanno parte nazionalisti islamici ed ex membri del partito baathista di Saddam Hussein. Secondo l’ex capitano dell’esercito iracheno, Abu Amin, passato fra le fila degli insorti, la principale preoccupazione degli americani è garantirsi un appoggio contro al Qaida spaccando il fronte guerrigliero. Sempre il New York Times, nell’edizione di ieri, ha reso noto i risultati di una ricerca dei patologi militari Usa sulle vittime americane in Irak, che hanno raggiunto il numero di 2192. L'80% dei marines uccisi, in seguito a ferite riportate nella parte superiore del corpo, avrebbe potuto essere salvato se avesse indossato giubbotti anti proiettile più adeguati. Protezioni richieste ripetutamente dal fronte e disponibili fin dal 2003. Nonostante l’inchiesta interna, il Pentagono continua pubblicamente a difendere il livello di protezione accordata ai marines, precisando come il numero di morti sia da addebitare soprattutto agli esplosivi sempre più sofisticati di cui dispone la guerriglia irachena, contro i quali un giubbotto antiproiettile può fare ben poco.