Irak, è scontro aperto tra Bush e i democratici

Nancy Pelosi, leader della Camera: "Non firmeremo assegni in bianco". Ma la Casa Bianca non cambierà i suoi piani

Washington - George Bush, dicono gli esperti non ancora del tutto convertiti al gergo dell’elettronica, sta già «svitando la stilografica» per firmare nuovi ordini d’attacco in Irak. E il Congresso democratico, con Nancy Pelosi in testa, sta riavvitando la propria penna perché è deciso a «non firmare più assegni in bianco».
Lo scontro è imminente: forse già mercoledì il presidente annuncerà le sue decisioni: più soldati a Bagdad e anche più soldi. Oscillano le previsioni sulle cifre, è già abbastanza chiara la linea di condotta: 20mila, 10mila, 40mila militari al fronte, un miliardo di dollari, più o meno, in cammino nella medesima direzione: Bagdad. Fanno parte della medesima strategia: i dollari dovrebbero servire a creare posti di lavoro nei quartieri più poveri e più «duri» della capitale irachena offrendo alla gioventù disperata un’alternativa che oggi non c’è all’arruolarsi, spesso per un tozzo di pane, nelle milizie di partito che conducono la guerriglia e alimentano la guerra civile. E i marine per prendere d’assalto le loro roccheforti e, questa volta, «ripulirle». Che funzioni non ci credono in molti, tanto meno fra i comandanti militari: soprattutto quelli che stanno per lasciare il comando in conseguenza del rimpasto voluto da Bush. È contrario alla spedizione il generale Abizaid, che andrà in pensione in marzo. Il generale Raymond Odierno spiega perché è fallita l’operazione simile lanciata in agosto: «Ci concentravamo troppo sui quartieri sunniti. Siamo riusciti a occupare le aree, ma non a tenerle. Questa volta dovremmo bilanciare meglio i nostri sforzi». Scelta particolarmente difficile perché l’operazione non potrà non essere coordinata con il governo iracheno, che è sempre più dominato dagli sciiti (resta ambiguo il segnale che viene dal possibile rinvio dell’impiccagione di altri due collaboratori di Saddam Hussein condannati a morte).
Queste obiezioni non scalfiscono la decisione di Bush, anche perché il suo piano è in realtà più politico che militare, ed è mirato soprattutto all’opinione pubblica americana. Se l’uomo della Casa Bianca ha in pratica respinto i due consigli più autorevoli (quello del «gruppo di studio» presieduto dall’ex segretario di Stato James Baker e l’opinione di molti comandanti militari sul campo) lo ha fatto perché è convinto di poter ancora rovesciare le sorti del conflitto se solo gliene daranno il tempo. In realtà Bush rimane dell’opinione che la strategia generale, sua e di Rumsfeld, fosse giusta, solo che la resistenza è stata maggiore del previsto e i tempi si sono allungati. L’invio di rinforzi, a prescindere dai successi immediati, dovrebbe comunicare agli americani la convinzione che in Irak «si va avanti», che la vittoria è ancora possibile. Finché questa speranza sarà viva l’opposizione anche in Congresso non oserà ricorrere a misure estreme di ostruzionismo.
Anche questo presidente sa che il popolo americano non è disposto a pazientare all’infinito, ma crede che delle innovazioni strategiche, fossero anche simboliche, possano iniettare una dose di fiducia. I sondaggi confermano che ad approvare la missione in Irak è ormai una minoranza, ma non mostrano ancora una maggioranza per un ritiro che assomigli a una sconfitta. E proprio questa potrà essere l’«arma segreta» di Bush nei prossimi mesi. Convincere i suoi connazionali di due cose: che il Paese è in guerra e che il prezzo di una sconfitta sarebbe troppo alto.