Irak, da sinistra la solita ricetta: «Niente soldi ai nostri militari»

Prodi: «Diremo no al rifinanziamento della missione italiana»

da Roma

«Il nostro no alla missione italiana in Irak non si può nemmeno mettere in discussione», ha annunciato ieri Romano Prodi davanti ai segretari dei partiti dell’Unione riuniti in conclave.
Le «diversità» tra le varie forze del centrosinistra ci sono, riconosce il Professore, ma è fiducioso che «un punto di convergenza» si troverà. In ogni caso ci proverà, avviando un giro di «consultazioni bilaterali» tra se medesimo e i vari partiti per vedere se oltre al «no» al decreto, che appunto non si discute (salvo il solito Clemente Mastella, che voterà sì o «al massimo» si asterrà), l’Unione può riuscire anche a mettere nero su bianco in un documento condiviso qualche idea e proposta. Anche perché l’agenda irachena dei prossimi mesi è fitta (Costituzione entro agosto, referendum entro ottobre, elezioni entro l’anno), e Prodi si rende conto che la sua coalizione, che l’anno prossimo potrebbe ritrovarsi al governo, non può limitarsi a starsene arroccata sul no, lavandosi le mani del che fare e partendo dal principio un po’ pilatesco, sfuggito al Professore davanti ai cronisti prima del vertice, che tanto «non siamo stati noi ad appiccare l'incendio, e a mettere il Paese in situazioni così complicate».
Incalzato da Ds, Margherita e Sdi, che volevano proporre una sorta di manifesto politico della exit strategy vista dall’Unione, il leader del centrosinistra si è presentato al vertice con un documento scritto, sottolineando che «quando saremo al governo dovremo essere uniti, ma anche credibili» su un terreno, la politica estera, che ha sempre più peso e che però rimane il tallone d’Achille dell’Unione.
E su questo punto hanno insistito i leader della ex Federazione. Per primo Rutelli, ma poi anche Fassino e Boselli hanno sollevato un problema delicato: già oggi, infatti, nell’aula di Montecitorio si vota il ddl di proroga delle otto missioni militari italiane (ad esclusione di quella in Irak) in ex Jugoslavia, Timor Est, Afghanistan. E anche su quelle, in molti casi decise proprio dai governi del centrosinistra, l’Unione è spaccata, con la sinistra che dice no. «Questo voto è una prova di governo per il centrosinistra: se una parte della coalizione vota contro, saremmo costretti a contare sui voti del centrodestra per prorogarle», hanno fatto notare. E «non si può essere uniti solo a senso unico, sull’Irak perché Bertinotti è d’accordo e sul resto mani libere». Il Professore, raccontano, ha «raccolto il messaggio». Resta da vedere se saprà convincere la sinistra della sua coalizione a non insistere nel suo «no» a qualsiasi impegno internazionale dell’Italia, come ha convinto la Fed a rinunciare all’ordine del giorno «riformista» sull’Irak per non rompere con Bertinotti.