Irak in trionfo, le mille e una notte del pallone

Sconfiggendo 1-0 l'Arabia in finale un Paese devastato dalla guerra ritrova la felicità. Per la prima volta festeggia la Coppa d'Asia e i tifosi festeggiano in piazza sfidando coprifuoco, divieti religiosi e kamikaze. Una nazionale divisa dalla fede, ma capace di fare miracoli

Mahmoud Younis è il capitano dell’Irak, un po’ somiglia a Figo e un po’ a Omar Sharif. Ha 24 anni e gli occhi del Paese addosso. Ha messo lui dentro la bomba, a quattordici minuti dalla fine, e l’esplosione è arrivata subito. Nessuno se l’aspettava, erano secoli che non si vedevano scene del genere in un Paese in guerra, ammalato di paura: gente che piangeva lacrime grosse così, ragazzi che si abbracciavano stretti stretti, donne che urlavano fino a perdere la voce. Di felicità però. Di pura e semplice felicità bambina. Mahmoud, sette anni fa era in Italia per fare un provino con l’Inter, non andò bene ma tornò felice nella sua Kirkuk «perché ero riuscito a parlare con Ronaldo». Appena ha visto sbucare quella palla in area, alla mezz’ora della ripresa, ha messo dentro la testa, come Materazzi nella finale del Mondiale, chiudendo gli occhi. Basta una traiettoria a spiovere a volte per ridisegnare il futuro, o almeno per sognare di farlo. Non poteva sbagliarla, non l’ha sbagliata. Un gol solo, da calcio d’angolo, e l’Irak è diventato per un giorno qualcosa di impossibile, un Paese come tutti gli altri, felice di vivere.

Prima di ieri la nazionale di calcio irachena non aveva mai vinto la Coppa d’Asia, anzi non aveva proprio mai vinto nulla, e nessuno tantomeno si aspettava vincesse proprio adesso. Prima finale della storia contro l’Arabia Saudita, il Brasile del Medio Oriente, finalista per sei volte nelle ultime sette edizioni e per tre volte campione, mai prima d’ora l’Irak si era sentito così unito: curdi, sciiti e sunniti in campo e un brasiliano in panchina Jorvan Vieira, 54enne giramondo di fede musulmana. In campo con una maglia sola e il lutto al braccio per ricordare insieme chi è morto di felicità, le cinquantuno vittime delle due autobomba di mercoledì lanciate apposta per fare strage di tifosi. «Sembrava una missione nata male - dice adesso Vieira col groppo in gola - quando siamo arrivati qui non avevamo neanche gli indumenti da allenamento, le nostre stanze d’albergo erano occupate da altre squadre. E in Thailandia abbiamo sofferto pure un’intossicazione alimentare». I giornali Usa scrivono di lui che è riuscito dove George W. Bush ha fallito, nell’unire l’Irak, lui fa finta di non sentire: «Tutti i miei ragazzi si portano dentro ferite e traumi, hanno avuto affetti sequestrati o assassinati, un paio di loro pochi giorni prima l’inizio del torneo. Prima che il tecnico ho dovuto fare da padre, sono riuscito a fargli capire che in nazionale non siamo in guerra. Adesso si sentono fratelli, si baciano, si prendono per mano, non si considerano più nemici anche se sono di religioni diverse».

Per un giorno Bagdad ha smesso di essere un posto dove si sparisce senza lasciare tracce, sembrava Berlino, Roma, Londra, San Paolo, Buenos Aires il giorno della finale mondiale. Strade deserte, negozi chiusi, televisori accesi. Certo il governo aveva imposto il coprifuoco a Kirkuk, nel nord, e nelle città sante di Najaf e Kerbala. Ma a partita finita nessuno lo ha rispettato, tutti in strada, gridando «Allah Akbar» e chissenefrega della paura, anche se poco prima della partita due uomini, sospettati di preparare un attentato contro i tifosi, erano stati presi e portati via. C’è stata festa per tutti, per i conduttori dei tg in onda avvolti nella bandiera nazionale, per i parlamentari che hanno cancellato le riunioni di emergenza per la crisi di governo, per gli agenti incaricati di far rispettare il coprifuoco che sono scesi in strada sparando al cielo. Solo l’ayatollah Alì al Sistani, massima autorità religiosa sciita, è rimasto un po’ sulle sue. Ha messo una fatwa contro gli spari in aria e qualche iracheno ha subito ironizzato: «Se è peccato sparare con i fucili, festeggeremo con le granate...».

Ai tempi di Saddam i «Leoni dei due fiumi» venivano frustati e torturati se «non tenevano alto il nome dell’Irak», ora tutto è cambiato: avranno 10mila dollari di premio dal premier Al Maliki, 10mila dal presidente Jalal Talabani e 150mila da Abdel Sattar Abu, sceicco di Al Anbar, la provincia più tumultuosa dell’Irak, più o meno la somma che dicono abbia investito per ripulire il suo territorio da Al Qaida. E alla Confederations Cup 2009, che riunirà in Sudafrica tutti i campioni continentali, troveranno l’Italia, campione del mondo. Mahmoud Younis è il capitano dell’Irak e somiglia un po’ a Omar Sharif. Ma per una notte si sente solo Figo...