Irak, uccisi 3 sunniti della Costituente

da Bagdad

Un avvertimento chiaro contro la nuova Costituzione irachena. Un colpo durissimo alle istituzioni del nuovo Irak. Dopo l’escalation nelle stragi di civili, il potere politico è tornato nel mirino della guerriglia estremista. Tre membri della Commissione parlamentare incaricata di redigere la bozza del nuovo testo costituzionale sono stati uccisi ieri a Bagdad. Crivellati da colpi di arma da fuoco esplosi da un commando mentre stavano salendo su un auto, all’uscita da un ristorante nel quartiere di Karrada. Mujbil al-Sheikh Isa, Aziz Ibrahim e Dhamin Hussein erano tutti di religione sunnita. «Un crimine orribile» lo ha definito il governo iracheno, che ha promesso «di punire tutti questi assassini» e garantito che continuerà «a sostenere e incoraggiare una partecipazione ampia» nella stesura della Carta fondamentale. Immediata è arrivata anche la reazione dell’amministrazione americana: l’attentato è la prova del tentativo dei ribelli di «far deragliare la transizione verso un Irak libero e democratico».
L’attacco è giunto a poche ore dalle dichiarazioni ottimiste del presidente iracheno. Jalal Talabani aveva infatti annunciato un anticipo sui tempi di presentazione della Costituzione, menzionando la fine del mese di luglio come data di presentazione del testo (il limite massimo era previsto per il 15 agosto, con un referendum da tenersi entro il 15 ottobre). Le avvisaglie dell’agguato si erano già avute nei giorni scorsi, quando i 25 esponenti sunniti aggregati alla Commissione (15 con diritto di voto e 10 in veste di osservatori) - chiamati per compensare la scarsa rappresentanza della loro comunità in Parlamento a causa del boicottaggio nelle elezioni del 30 gennaio - erano stati minacciati di morte.
La guerriglia saddamita, insomma, tenta di stoppare il processo costituzionale e procede alla resa dei conti per intimidire quei sunniti che, nonostante il boicottaggio elettorale, sono coinvolti nel processo istituzionale. E continua con lo stillicidio di morte nell’intero Paese. Almeno tredici civili, impiegati in una base americana nei pressi di Baquba, sono rimasti uccisi ieri mentre erano a bordo di un minibus. Uomini armati a bordo di due veicoli hanno bloccato il veicolo e aperto il fuoco. A Kirkuk, due persone, fra cui un poliziotto, sono state uccise e altre quattro ferite dall’esplosione di una bomba al passaggio di una pattuglia di poliziotti. Si tratta dell’ennesimo tragico bilancio quotidiano, che allunga la lista dei morti diffusa ieri dall’Oxford Research Group e dall’Irak Body Count. Sono 25 mila le vittime civili dall’inizio della guerra, con un’evidente escalation registrata nel periodo successivo al maggio 2003, a causa degli attentati dei ribelli contro «l’occupazione». Nel complesso, il rapporto rivela che il 37% dei morti civili sono stati uccisi dalla coalizione, il 9% è vittima di azioni dei ribelli, l’11% è stato ucciso da «agenti sconosciuti» che hanno compiuto attentati, spesso tramite autobomba e infine il 36% è rimasto vittima della crescita esponenziale della violenza criminale. Quasi un morto su dieci aveva meno di 18 anni. Il dato diffuso ieri è però di gran lunga inferiore a quello registrato nell’ottobre del 2004 dalla rivista americana The Lancet, che aveva parlato di 98 mila civili colpiti in Irak.
Ieri, giorno di tragici bilanci, è stato anche il giorno delle rivelazioni. L’ex premier ad interim Iyad Allawi ha svelato di essere sfuggito lo scorso maggio a un attentato durante una visita a Beirut, dove ha vissuto molti anni.
Ora il premier Ibrahim Jalafari punta a stroncare la ribellione interna e fa leva su un momento cruciale, il processo a Saddam, i cui tempi - ha detto - si sono insolitamente allungati. Anche Turchia, Iran, Siria, Arabia saudita, Bahrein e Giordania hanno chiesto ieri in un comunicato congiunto di «accelerare i tempi del processo». Per renderlo più limpido, Jalafari ha ordinato la rimozione del direttore generale del tribunale speciale iracheno incaricato di processare l’ex raìs. L’accusa è di aver fatto parte del partito dell’ex dittatore, il Baath.