Iran, in caduta libera la stella di Ahmadinejad

La denuncia del capo dei sindacati: «Senza stipendio da mesi 200mila lavoratori»

Gian Micalessin

Vinse le elezioni promettendo pane, lavoro e prezzi meno alti. Quindici mesi dopo l’inflazione è alle stelle, i poveri stanno peggio di prima, i disoccupati restano a casa e anche chi non si lamentava incomincia a farlo. Trasformato da oscuro sindaco di Teheran in stella degli oppressi, la meteora Mahmoud Ahmadinejad sembra aver invertito la propria rotta.
La popolarità del presidente è in caduta libera e gli stessi deputati di un Parlamento dominato dalla destra conservatrice incominciano a rumoreggiare. Su tutti si leva la voce di Alireza Mahjoub. Lui non è solo un deputato, lui è anche il segretario generale della Camera del Lavoro dell’Iran, come dire il numero uno del sindacato unico dei lavoratori iraniani che tanti voti regalò all’apprendista presidente. Oggi le sue denunce scoprono una crisi economica profonda e inaspettata. Una crisi che il ferreo controllo imposto su giornali e organi d’informazione aveva finora tenuto segreta. «Almeno 200mila lavoratori di 500 fabbriche - racconta al Parlamento Alireza Mahjoub - non ricevono la paga da mesi e alcuni di questi operai sono senza stipendio da 50 mesi». Secondo il capo sindacalista oltre il 18% dei settanta milioni d’iraniani vive ormai sotto la soglia della povertà e il governo deve tenerne conto nella prossima legge di bilancio. Per il presidente pasdaran abituato a presentarsi come il paladino di poveri e oppressi quella denuncia è una pugnalata alla schiena. Per chi è abituato a far la spesa nei bazar di Teheran quelle parole rispecchiano semplicemente la realtà.
Da mesi la popolazione deve fare i conti con un’inflazione alle stelle e con un’economia stagnante. I prezzi nell’ultimo anno sono aumentati, secondo le stime non ufficiali, al ritmo del 20%, i consumi precipitano, l’economia è in crisi, i disoccupati aumentano. E le promesse di Ahamadinejad si rivelano irrealizzabili. Aveva promesso alle giovani coppie di raddoppiare i contributi per le nuove famiglie, agli agricoltori la moltiplicazione dei sussidi sociali. Il governo non ha, però, mai trovato i fondi per accontentarlo.
La buona stella del presidente non s’eclissa solo tra poveri e diseredati. Le sue politiche ad effetto, a furia di indisporre gli esponenti dei potentati economici di regime, rischiano di trasformarsi in un pericoloso boomerang. Il sistema bancario a cui il presidente impose dall’oggi al domani il netto taglio dei tassi d’interesse gli ha dichiarato guerra. Per un paio di direttori d’istituto arrestati ve ne sono decine d’altri decisi a fargliela pagare. Non a caso un sondaggio riservato, organizzato dalla televisione e dalla radio di Stato, rivela che il 65% degli iraniani si dichiara deluso dalle politiche del presidente Ahmadinejad.
Non a caso, però, quei dati riservati sono arrivati nelle mani di «Rooz», un sito internet allineato sulle posizioni dei riformatori dell’ex presidente Khatami. Secondo quelle stime in un anno la popolarità di Ahmadinejad è calata di 15 punti e sembra scendere ancora. Una delle ragioni che alimenta il malcontento è, oltre alla crisi economica, il giro di vite nel campo delle libertà individuali e sociali. Lo smantellamento dai tetti delle parabole sintonizzate sulle televisioni via satellite ha tolto agli iraniani uno dei pochi passatempi fin qui tollerati. Più preoccupanti per Ahmadinejad, al di là delle statistiche, sono le finalità di quel sondaggio. Radio e televisione di stato sono ancora sotto il controllo dell’ex direttore Alì Larijani, l’uomo di fiducia della Suprema Guida Alì Khamenei messo a dirigere il Consiglio di Sicurezza Nazionale. I risultati del sondaggio, nella complessa lotta interna che divide i vertici del regime, contribuiscono ad indebolire il prestigio e la figura di un presidente appoggiato soprattutto delle potenti milizie dei pasdaran e dei Basiji. Molti dei cosiddetti «conservatori razionali» temono che l’immagine intollerante offerta all’estero dal presidente pasdaran renda ancor più difficile la battaglia sul nucleare accelerando una serie di progressive sanzioni che rischiano di mettere in ginocchio il Paese.