«Iran e Siria sono responsabili della guerra»

«Un conflitto dichiarato dai guerriglieri, e sappiamo chi li muove»

nostro inviato

a Mukhtara (Libano)
Davanti e intorno al suo fastoso palazzo di pietra giallina, che signoreggia la montagna dello Chouf, stazionano uomini armati di mitra. All’ingresso della magione centenaria, attraversata da un fragoroso ruscello e impreziosita da reperti archeologici fenici e romani, c’è un metal detector. Ma della diabolica macchina, il capo delle guardie di Walid Jumblatt non ha ancora imparato a fidarsi completamente. Meglio le mani, che percorrono il visitatore da capo a piedi e da piedi a capo. Il telefonino, che potrebbe nascondere un ordigno, resterà in guardiola. E se si vuole portare con sé una piccola macchina fotografica, bisogna prima dimostrare che non è truccata.
Eravamo attesi. Ma quand’anche fossimo arrivati all’improvviso, non saremmo mai riusciti a passare attraverso il pettine fitto di una milizia agguerrita e devota. Appena la nostra auto entra nel regno di Mukhtara - foreste di pini e acque sorgive, lecci e pietraie - fra i drusi che ancora vestono l’abito tradizionale, con i calzoni a sbuffo e la papalina bianca, un veicolo ci si incolla alle spalle, seguendoci per gli ultimi tornanti. Il motivo: anzi, i motivi di questa ossessiva ricerca di sicurezza sono appesi alle pareti del salone delle visite. Accanto a una gigantografia di Rafik Hariri, il premier assassinato nel febbraio del 2005, c’è il ritratto di Kamal Jumblatt, amatissimo leader di questi tenaci montanari, eliminato a raffiche di mitra nel ’77. Su un’altra parete, l’autista personale di Walid, morto al posto suo in un attentato di 24 anni fa. Tre omicidi pensati e sceneggiati a Damasco.
Lui è ancora vivo, ma sa bene di essere sempre in cima all’agenda dei sicari siriani. Il suo sguardo sognante e disincantato, i suoi gesti sempre cortesi e misurati, ricordano quelli di certi baroni siciliani degli anni Cinquanta. Ma è solo ora, a 57 anni compiuti, che Walid è entrato perfettamente nella parte assegnatagli dalla sorte. E nulla ricorda più gli eccessi della sua gioventù dorata, trascorsa fra Parigi e la Costa Azzurra, o la sua tumultuosa relazione con la vedova di Alberto Moravia. Il suo partito controlla 17 dei 128 deputati al Parlamento. Ma è lui il primo a riconoscere che Parlamento, governo, Stato, in Libano contano come il due di picche.
Walid Jumblatt riceve su una delle terrazze del maniero. Accanto ha uno dei suoi «generali» e il suo fido Oscar, cagnolo facciuto che i cinesi chiamano shar-pei.
Il fallimento del vertice di Roma non lo ha sorpreso. «Il punto di vista di Hezbollah non è conciliabile con quello di Israele. Dunque la guerra continuerà, anche perché Israele non accetterà mai di uscire battuto da questa campagna militare».
A chi attribuire la responsabilità di questa catastrofe che ha trascinato di nuovo il Libano al centro dell’arena?
«La guerra è stata dichiarata unilateralmente da Hezbollah, senza nessun accordo o intelligenza col legittimo governo libanese. Il quale, come lei sa, ha lo stesso potere che hanno Mahmud Abbas, presidente della cosiddetta Autorità palestinese, o Al Maliki, il premier iracheno che non riesce a fare neanche il sindaco di Bagdad. Il momento non è stato scelto a caso. Si era alla vigilia del G8, e c’era la necessità di sviare l’attenzione internazionale dalla crisi innescata dal programma nucleare iraniano. Le ricordo che il Libano si era liberato dall’occupazione israeliana nel 2000, e si stava avviando verso una nuova era di prosperità. Ma questo, evidentemente, non si conciliava con i piani della Siria e dell’Iran, che di Hezbollah sono gli ispiratori».
Solo gli ispiratori? E chi, fra Damasco e Teheran, è più vicino al Partito di dio dello sceicco Nasrallah?
«La persian connection è fondamentale. La guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, è la loro stella polare, da un punto di vista ideologico e spirituale. Anche il presidente iraniano Ahmadinejad è una creatura di Khamenei. Uomo pericoloso, come tutti quelli che pensano di avere una missione affidatagli da Dio. Solo che quando hai il petrolio, e il gas, e governi una nazione di fanatici, tutto può accadere. Come in Germania al tempo di Hitler. Non dico di Mussolini, perché rispetto ad Ahmadinejad, Mussolini era una brava persona».
Mentre il legame con la Siria di Bashar Assad...
«Il rapporto di Hezbollah con la Siria è imperniato essenzialmente su un’alleanza di tipo politico militare. Hezbollah è la longa manus di Damasco. Lo sceicco Nasrallah non è in grado di fabbricare le armi di cui dispone. È la Siria che gliele ha passate, o ha veicolato quelle iraniane. La responsabilità di Assad, in quello che sta avvenendo, è enorme. Per lui, auspico una sorta di Norimberga, un Tribunale internazionale davanti al quale sia chiamato a rispondere dell’omicidio Hariri, della morte del giornalista Samir Kassir, ucciso nel giugno dello scorso anno, e dell’attentato in cui May Chidiac, presentatrice della Tv Lbc ha perso una gamba e un braccio».
Eppure, anche i cristiani maroniti e i sunniti sono dalla parte di Hezbollah.
«Ma solo perché combattono contro l’aggressività e l’ingiustizia di Israele. Hezbollah sta offrendo una resistenza che neppure i generali israeliani sospettavano. Il problema però è un altro. Lo sceicco Nasrallah, che in ogni caso ha sequestrato la sovranità del Libano, offrirà la sua eventuale vittoria allo Stato, o la servirà su un piatto d’argento alla Siria e all’Iran?».
Andiamo. Lei pensa davvero che Hezbollah possa prevalere?
«Nel lungo periodo ovviamente no. Finora, tuttavia, Hezbollah è vittorioso. Solo che io mi domando: dove stanno portando il Libano? Davvero sono convinti che gli sciiti siano disposti ogni dieci anni a farsi bombardare le case, a farsi ammazzare, e a vestire i panni degli sfollati? Quanto a Israele, la domanda è un’altra. Davvero pensano di risolvere il problema con le bombe e le devastazioni? La storia di questi ultimi decenni dice il contrario».
Che succederà, dunque?
«L’idea di un cessate il fuoco è abortita. E Israele, naturalmente, non può accettare una sconfitta. La guerra dunque continuerà. Neppure Hezbollah cederà. Un pretesto si trova sempre. Oggi sono i prigionieri libanesi detenuti nelle prigioni israeliane. Se non sono i prigionieri sono le fattorie di Sheeba (fazzoletto di territorio libanese presidiato da Israele, ndr). Domani ne troveranno un altro».
Non sembra di intravedere un gran futuro per il Libano.
«L’unica strada è quella della riconciliazione nazionale e del dialogo con Hezbollah, le cui milizie devono essere assorbite dal nostro esercito. Ma siamo destinati a restare in mezzo, presi dalla tenaglia israeliana e siro-iraniana. È il nostro destino. Sullo sfondo, resta il nodo della questione palestinese. Tutto comincia lì, e lì ritorna. Quanto al Libano, il sogno di un Paese indipendente e sovrano, prospero e democratico, affrancato dai padroni siriani, resterà quello che è: un sogno».