Iran, esecuzione di massa in piazza

I boia iraniani sono tornati al lavoro e hanno messo a segno un nuovo record stagionale. In un solo giorno 21 condannati a morte sono stati portati al patibolo e lasciati penzolare dalla forca. Erano quasi tutti contrabbandieri di droga, organizzatori, staffette e fiancheggiatori di quell’immenso traffico di narcotici che dall’Afghanistan invade l’Iran e la Turchia. Non a caso diciassette dei condannati sono stati messi a morte nella provincia orientale di Khorasan Razavi, crocevia del grande traffico di droga. Altri quattro sono stati impiccati nella pubblica piazza di Shiraz, capoluogo di quella provincia di Fars famosa - prima delle rivoluzione islamica - per la sua produzione di uva da vino.
Oggi la provincia di Fars detiene, invece, il macabro record delle esecuzioni capitali. Un record esibito con un certo orgoglio dalle autorità locali che anche ieri hanno scelto la piazza centrale di Shiraz, affollata da migliaia di curiosi, per mettere in funzione forche e patiboli. Quando le gru hanno sollevato in cielo i corpi agonizzanti dei quattro disgraziati l’enorme folla ha applaudito ed esultato. Poi alcuni gruppi di sostenitori del governo hanno invocato «la fine delle attività criminali» e la «continuazione delle esecuzioni fino all’eliminazione di tutti i delinquenti». «Queste condanne a morte - ha subito dichiarato Abdolnabi Najibi, responsabile del dipartimento provinciale della giustizia - sono la dimostrazione pratica dell’impegno con cui il sistema giudiziario cerca di imporre la sicurezza sociale e combattere la corruzione e la delinquenza». Nel resto del Paese non si respira certo aria di clemenza. Da metà luglio, quando il governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad ha lanciato la cosiddetta campagna contro il vizio e la corruzione, i boia di Stato hanno già portato a termine 56 sentenze capitali. La media è senza precedenti anche per la Repubblica islamica. Durante tutto il 2006 forche e gru avevano spezzato il collo a 177 condannati. Quest’anno in poco più di otto mesi il loro numero ha già superato quota 210.
Queste cifre fanno indignare Amnesty international e le altre organizzazioni in prima linea nella lotta contro la pena di morte. «Siamo sconvolti e preoccupati, continuiamo a chiedere al governo di Teheran di ordinare un’immediata moratoria sulla pena di morte», dichiaravano ieri dalla sede londinese di Amnesty. Non più tardi di un mese fa anche l’Unione europea si era dichiarata «profondamente turbata per la serie di impiccagioni pubbliche», eseguite nelle piazze iraniane.
Il regime degli ayatollah non sembra scomporsi molto. I suoi portavoce continuano a ribadire il diritto del governo ad applicare le leggi imposte dopo la Rivoluzione islamica che prevedono la morte per reati come la violenza carnale, il contrabbando di droga, l’apostasia e l’omicidio. «Le condanne a morte di ieri mattina - ha precisato un comunicato del governo - sono state eseguite al termine di tutte le procedure legali prescritte da nostro ordinamento giudiziario».