Iran, i marinai inglesi già in volo per Londra

Il presidente iraniano anticipa tutti e ruba la scena ai negoziatori per dimostrare che sono i pasdaran e gli uomini come lui a decidere le sorti del Paese: "Un regalo di Pasqua al popolo britannico. Potevamo processarli ma li perdoniamo". Decorati i guardacoste "intervenuti per catturare chi ha violato i nostri confini"

Prima una lenta sceneggiata, poi il colpo di teatro e l’inatteso «liberi tutti». La bionda e spaesata marine Faye Turney, i suoi sei compagni d’arma e i sette marinai inglesi, saranno a casa già domani. Felici come una Pasqua, anche di Venerdì Santo, per quell’insperato perdono di Mahmoud Ahmadinejad. Lui il presidente è più felice di loro. Ha conquistato il Paese. Ha sbattuto la sua generosità in faccia al mondo. Ha strappato la scena ai rivali. Ha messo all’angolo il grande negoziatore Alì Larijani e quanti a Teheran manovravano per tenerlo in ombra. Insomma ha stravinto su tutti i fronti. Per farlo s’è portato dietro il proprio doppio, ha vestito i panni del «presidente pasdaran» e del «presidente buono».

La prima parte della conferenza stampa al palazzo presidenziale è tutta per il «Mahmoud pasdaran». Il Mahmoud Ahmadinejad di sempre. Quello lento, cavilloso perfino tedioso nel ricordare, tra gli sbadigli della platea, i soprusi compiuti contro la nazione iraniana, le ingiustizie delle Nazioni Unite, gli arbitrii delle grandi potenze. Il tono s’alza solo quando dalle prime file s’alza un energumeno in divisa seguito da due pasdaran in uniforme. Loro avanzano verso il palco, giornalisti e invitati li scrutano incuriositi. Il presidente ne elogia coraggio e determinazione. Sono gli «ufficiali che fecero l’impresa» e pescarono dalle acque i quindici intrusi inglesi. Ahmadinejad li elogia, li chiama a sé, ringrazia «a nome del grande popolo iraniano i guardacoste intervenuti coraggiosamente per catturare chi aveva violato le acque territoriali». È già in piedi. Tende la la mano, tira pacche sulle spalle, appunta medaglie sulle divise del barbuto capitano «oversize» e dei suoi due aiutanti. Sembra la solita tirata del presidente. Ma non c’è nessun affondo contro la Gran Bretagna, nessun tentativo di rimarcare l’asserita, illegale incursione nelle acque territoriali. Ahmadinejad si limita a citare una lettera con cui Londra s’impegna, a suo dire, a evitare altre violazioni delle acque territoriali.

Quella lettera concordata martedì sera da una delegazione britannica e dal supremo negoziatore Alì Larijani ha, in verità, già risolto la partita. Il presidente pasdaran si guarda bene dal spiegarlo. Il suo ruolo è già terminato. Ora tocca al suo doppio, al presidente buono. Il cambio di passo è più veloce di un fulmine. Così rapido da lasciar di stucco traduttore e platea. «Per il compleanno del Profeta e la morte del Cristo chiedo al governo della Repubblica Islamica, al popolo iraniano, a quanti potrebbero esigere un processo di perdonare i quindici soldati». La platea di giornalisti è ammutolita, incredula. Lui li guarda. Sembra dire «Mi avete capito?» Sempre più magnanimo aggiunge: «Questo è un regalo di Pasqua al popolo inglese». Solo allora la platea esplode. Solo allora Ahmadinejad si gode il trionfo, implora la clemenza della perfida Albione per i marinaretti colpevoli di aver ammesso le proprie colpe. Critica l’Occidente spregiudicato, pronto a strappare mamma Faye ai suoi figli per mandarla a rischiar la vita in Irak. Poi lascia la sala di corsa, si fa largo tra i giornalisti imploranti, corre dall’altra parte del palazzo per il secondo atto. Ad aspettarlo, assieme alle telecamere, ci sono i 15 liberati. L’ossigenata Faye e i suoi quattordici colleghi in abiti civili. Ahmadinejad li accoglie come un generoso padre di famiglia, si gode i «grazie per il perdono» regalategli dalle anime risparmiate. Si gode soprattutto il successo casalingo. Lo scippo politico di una liberazione concordata in segreto dal pragmatico Alì Larijani, ma annunciata in diretta televisiva dal presidente e dalla corte dei suoi amici pasdaran. Forse la verità dei fatti è un’altra. Forse la preoccupata Suprema Guida Alì Khamenei ha imposto una soluzione diplomatica agli agitati pasdaran e al loro presidente. E loro l’hanno subita. Ma la televisione mostra solo il magnanimo perdono e la gratitudine dei liberati. Per Ahmadinejad solo questo conta. Sa che per gran parte del mondo e dell’Iran quella resterà l’unica incontrovertibile realtà.