Iran, nuove accuse al presidente: giustiziava i detenuti

L’intelligence di Teheran aveva sconsigliato la candidatura di Ahmadinejad: «Lo chiamavano Terminator»

Gian Micalessin

Se Washington si lamenta, Teheran non ride. I primi a mettere in discussione l'immagine di Mahmoud Ahmadinejad, il discusso ex ufficiale dei pasdaran nuovo presidente della Repubblica Islamica, sono stati i servizi segreti del suo Paese. Prima ancora che sei ex ostaggi americani incominciassero a riconoscere il loro aguzzino i funzionari dell'intelligence iraniana avevano inviato al ministro Alì Younessi una serie di veline in cui si segnalava l'inopportunità della candidatura di Ahmadinejad. E l'informatissimo sito Baztab, controllato dal potente ex capo dei pasdaran Mohsen Rezai, da una settimana cita uno scottante dossier attribuito agli uomini del presidente uscente Khatami.
Il documento, ripreso da Baztab senza confermarlo, accusa Ahmadinejad d'aver guidato i plotoni d'esecuzione all'interno del carcere d'Evin e d'essersi guadagnato il soprannome di «terminator» per il vezzo di infliggere personalmente il colpo di grazia ai condannati a morte. Ora l'allarme dei servizi segreti iraniani e le insinuazioni messe in rete dal «rivale» conservatore Moshen Rezai sembrano trovare una sponda sul fronte internazionale. Dopo i riconoscimenti degli ostaggi americani arrivano anche le accuse di Hossein Yazdan Panah, un rappresentante dell'opposizione curda in esilio in Irak pubblicate dal quotidiano di Praga Pravo. Secondo le dichiarazioni rese al giornale, Ahmadinejad sarebbe coinvolto nell'assassinio del leader dell'opposizione curda Abdel Rahman Ghassemlou, ucciso assieme ad altri due compagni nel luglio 1989 a Vienna. «Ahmadinejad, un comandante dei pasdaran responsabile delle operazioni contro i dissidenti all'estero, andò a Vienna - secondo Panah - per consegnare le armi provenienti dall'ambasciata iraniana al commando».
L'eliminazione di Ghassemlou, leader di una fazione sospettata di lavorare nel Kurdistan iraniano per conto del «nemico» Saddam Hussein, sarebbe stato pianificato dallo stesso Ahmadinejad ed eseguito materialmente da un secondo commando. L'oppositore, giunto a Vienna per trattative segrete con rappresentanti del governo iraniano, fu assassinato a colpi di pistola il 13 luglio ’89 in un appartamento della capitale austriaca assieme al suo vice Abdullah Ghaderi-Azar e al cittadino austriaco di origine curda, Fadel Rasoul.
Il cruciale e imbarazzante ruolo svolto da Ahmadinejad emerge anche nell'allarmato rapporto «interno» indirizzato al ministro dei servizi dei sicurezza iraniani Alì Younessi. «Ahmadinejad - notava la velina - fu uno dei primi volontari ad aderire ai Comitati Islamici Rivoluzionari e a lavorare nell'ufficio del procuratore della Rivoluzione Islamica installato nel carcere di Evin mettendo in atto la prima ondata di esecuzioni dei funzionari dello scia e distinguendosi nella repressione delle forze controrivoluzionarie».
Sulla base di queste rivelazioni il ministro dell'intelligence Alì Younessi, aveva consigliato al Consiglio dei Guardiani di non accettare la candidatura del neo eletto presidente. Il veto era stato scavalcato dal capo dei Guardiani, ayatollah Ahmadi Jannati, protettore e mentore di Ahmadinejad.
La vicenda degli ostaggi americani verrà intanto riproposta lunedì e martedì mattina nel documentario «Teheran 444 giorni» trasmesso su Rai Tre da «La Storia siamo noi». Tra gli intervistati del documentario anche l'ex colonnello dell'esercito Usa Charles Scott che per primo ha accusato Ahmadinejad. «L'ho riconosciuto subito. Con noi si comportò da bastardo», ha detto Scott ricordando finte esecuzioni lunghe 20-30 minuti e violenti interrogatori. «Mi picchiarono, mi appesero per i polsi, mi sbatterono contro gli alberi tenendomi bendato. Ero legato così stretto che non riuscivo a respirare: quando non mi interrogavano, qualcuno mi assestava qualche calcio, mi rimetteva in piedi».
Il ruolo di Ahmadinejad nell'interminabile detenzione viene però smentito da Abbas Abdi, Mohsen Mirdamadi e Hamid Reza Jalaeipour. I tre ex leader della Linea dell'Imam, il gruppo studentesco che organizzò l'assalto all'ambasciata americana, militano oggi nelle file dell'opposizione riformista. Il giornalista Abbas Abdi, uscito di recente dal carcere, fu il primo nel ’99 a voler incontrare una delle sue vittime americane. Oggi tutti e tre negano però la presenza di Ahmadinejad all'interno dell'ambasciata.