Iran oggi al voto, ma è tutto già deciso

Lotta ristretta ai soli conservatori. La nipote dell’ayatollah Khomeini: "Gli insegnamenti di mio nonno traditi e dimenticati dai vertici dell’attuale regime"

La chiamano elezione, ma sarà soltanto la pigra ratifica di un risultato deciso cancellando dalla competizione oltre metà dei candidati riformisti. A preconfezionare il risultato del voto di oggi per il rinnovo del Majlees, il parlamento iraniano, ci han pensato gli scrupolosi censori del Consiglio dei Guardiani, l’organismo costituzionale incaricato di vagliare i requisiti morali e religiosi dei pretendenti. Nei mesi scorsi, ripetendo lo sperimentato lavoro di spugna delle precedenti competizioni, hanno eliminato ogni candidatura riformista da 160 collegi elettorali su 290, garantendo lo strapotere delle liste conservatrici. «Per noi è un voto sleale e senza possibilità perché ci viene consentito di competere soltanto in 130 seggi su 290 mentre il risultato dei restanti 160 seggi è di fatto deciso», spiega Mostafa Tajzadeh, esponente di punta della Coalizione dei Gruppi Riformisti. «L’unica speranza per noi è convincere l’ex presidente Mohammad Khatami a ripresentarsi alle presidenziali del prossimo anno», si lamenta Zahra Eshraghi, l’illustre nipote convertita al “riformismo” di quell’imam Khomeini «tradito e dimenticato» - a suo dire - dagli attuali vertici del regime.

I riformisti sembrano dunque rassegnati a restare una forza puramente rappresentativa. I numeri del voto potrebbero però aiutare ad interpretare i rapporti di forza all’interno dello schieramento conservatore e a soppesare il consenso ancora riservato alla nomenclatura di potere. «Gli iraniani - auspica la suprema guida Alì Khamenei - parteciperanno ancor più gloriosamente e disinnescheranno i complotti delle potenze arroganti che vogliono minare il sistema islamico». Una massiccia partecipazione, capace di far dimenticare il magro 40 per cento di quattro anni fa, verrà interpretata come una ratifica della corsa al nucleare e della decisa contrapposizione con l’Occidente perseguita dal governo di Mahmoud Ahmadinejad con la benedizione di Alì Khamenei. I sostenitori dell’«orgoglio nucleare» puntano sui sentimenti nazionalisti generatisi in tre anni di duro scontro con l’Occidente e sul risentimento per le risoluzioni di un Consiglio di Sicurezza che per tre volte ha inasprito le sanzioni volute da Usa ed Europa.

Il supposto «orgoglio nucleare» fa i conti con i portafogli di 44 milioni di elettori ritrovatisi, negli ultimi tre anni, a lottare con un’inflazione al 19,2% e una disoccupazione superiore al 10,7%. Queste cifre, contrapposte ad un prezzo del greggio costantemente in crescita, esemplificano agli occhi di molti il fallimento del presidente Ahmadinejad e delle sue promesse di suddividere il «surplus» di ricchezza garantito dai guadagni petroliferi. Chi auspica una massiccia diserzione dalle urne sottovaluta però le paure di tantissimi dipendenti statali timorosi di dover, in futuro, giustificare il mancato timbro sul certificato elettorale.

Il tutto si riduce, dunque, allo scontro tra il Fronte Unito, battezzato «lista dei principi» per la stretta adesione agli ideali della rivoluzione perorati dal presidente Ahmadinejad, e quel Fronte Esteso manovrato e gestito dai conservatori «nemici» del presidente. Alì Larijani, l’ex negoziatore nucleare estromesso da Ahmadinejad con l’assenso di Alì Khamenei, è senza alcun dubbio il capofila di un «fronte» agguerrito e desideroso di rivalsa. Una vittoria sua e dei suoi candidati verrà letta come il prologo di un durissimo testa a testa con Ahamdinejad alle presidenziali del prossimo anno.