Iran, il Parlamento ai falchi ma i riformisti non mollano

Tutto secondo programma a Teheran. I conservatori hanno vinto le elezioni legislative con il 71% dei seggi. I riformisti tengono e anzi riescono, secondo stime ufficiose, a guadagnare cinque seggi: viste le premesse poteva andare anche peggio. La campagna si è svolta in un clima surreale: è durata solo una settimana e senza vero confronto.Ai grandi nomi dell’opposizione è stato impedito di candidarsi con pretesti vari, insomma, in lista c’erano solo seconde e terze linee. Il 20% ottenuto assume pertanto il valore di una resistenza simbolica, che rafforza la protesta silenziosa della maggior parte della popolazione che - a dispetto dei dati ufficiali, secondo cui partecipazione è stata almeno del 60% - avrebbe deciso di boicottare il voto. In realtà appena il 40% degli iraniani si sarebbe recato alle urne.
La ragioni del malcontento sono numerose e non solo politiche. Sebbene sia un Paese produttore di petrolio, la situazione economica è disastrosa, con una disoccupazione alle stelle e l’inflazione che cresce a due cifre. Azzoppato dalle sanzioni occidentali, l’Iran riesce a sfruttare solo parzialmente le straordinarie opportunità offerte dai propri giacimenti. E l’insoddisfazione dilaga.
Queste elezioni servivano soprattutto a determinare gli equilibri tra le fazioni del partito conservatore in vista delle presidenziali dell’anno prossimo. Ieri sera sono giunte indicazioni frammentarie; si sa solo che a Teheran il Fronte unito fondamentalista, la fazione legata al presidente Mahmoud Ahmadinejad, è andata piuttosto bene; ma in altre circoscrizioni, a cominciare dalla città santa sciita di Qom, avrebbero trionfato i candidati della Coalizione allargata fondamentalista, guidata dall’ex mediatore per il nucleare Ali Larijani.
Forse oggi si conoscerà il rapporto di forza fra i due gruppi, che si sono presentati sotto un’unica lista, ma è molto probabile che il nuovo Parlamento non sia così compiacente nei confronti del capo dello Stato; i voti dei riformisti, degli indipendenti e della Coalizione fondamentalista potrebbero occasionalmente convergere, mettendolo in minoranza, soprattutto sui temi economici.
L’inflazione è il problema numero uno e l’opinione pubblica ha individuato da tempo il colpevole: Ahmadinejahd, che ha usato i 63 miliardi di dollari incassati con le vendite del petrolio per varare ingenti spese statali, ma al contempo ha tagliato il costo del denaro, alimentando una doppia spirale dei prezzi. E ora è difficile tornare indietro: sarebbero necessarie misure d’austerity che però sono inimmaginabili in un anno elettorale.
Il presidente si ricandiderà, ma molto probabilmente dovrà vedersela proprio con Larjiani, l’uomo che negli ultimi anni ha tenuto testa all’Occidente sulla questione atomica. È un volto noto e potrebbe farcela. Nel frattempo il contesto internazionale sarà cambiato: Bush avrà lasciato la Casa Bianca e il suo successore potrebbe cambiare linea nei confronti di Teheran. È perlomeno quel che auspica una vecchia volpe di Washington, Henry Kissinger, secondo cui è giunto il momento di trattare direttamente con l’Iran.