Iran, la protesta fa paura Polizia e miliziani all’attacco

Spari, scontri in piazza e lo slogan «morte al dittatore», come ai tempi dello Shah, rivolto al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad risuonano a Teheran. I manifestanti iraniani anti regime sono scesi di nuovo in strada nonostante le minacce della polizia di usare il pugno di ferro. Non è una protesta qualsiasi, che a ripetizione si registra nella capitale ed altre città dallo scorso giugno, dopo la fraudolenta elezione di Ahmadinejad. Questa volta la rabbia popolare è esplosa per la commemorazione dell’Ashura, la più importante ricorrenza religiosa dell’islam sciita. In tutta risposta il presidente iraniano accusa l’Occidente di fomentare le proteste e bolla i politici europei, che chiedono moderazione al regime, come «uno più stupido dell’altro». L’ha riportato l’agenzia stampa Fars, vicina al regime.
Ieri i manifestanti si sono riuniti in diversi punti della capitale, a cominciare dalla periferia nord. La polizia antisommossa è intervenuta in forze. A manganellate ha evitato che i dimostranti si concentrassero nella zona della moschea Jamaran dove parlava l’ex presidente riformatore Mohammed Khatami. Il sito riformista Parlemannews ha denunciato che «50 estremisti armati di catene, bastoni e spray al peperoncino hanno attaccato il luogo dove Khatami doveva parlare». Spesso il lavoro sporco viene lasciato ai fanatici del regime che picchiano più duro degli agenti.
Secondo i siti dell’opposizione i poliziotti hanno cominciato a fronteggiare gli assembramenti lanciando lacrimogeni e caricando la folla, ma non sarebbero riusciti a disperdere del tutto le proteste nella periferia nord a Niavaran. Poi c’è stata un’irruzione nella sede dell’Isna, un’agenzia di stampa vicina ai riformisti, dove aveva trovato rifugio un gruppo di manifestanti. Almeno due persone sono rimaste seriamente ferite. Secondo dei testimoni «la polizia si è scontrata con la gente che grida morte al dittatore» riferito ad Ahmadinejad. E altri slogan come «Ya Hussein Mirhussein», che inneggiano al candidato dell’opposizione Mousavi. Poi la situazione è degenerata: «La polizia anti sommossa sta sparando nella piazza Enqelab (una delle più importanti di Tehran nda) per disperdere i dimostranti» denunciavano ieri pomeriggio i siti riformisti come Jaras. Per fortuna erano solo colpi di arma da fuoco in aria. Il capo della polizia, Esmail Ahmadi Moghaddam, aveva minacciato nei giorni scorsi una reazione durissima se la gente fosse scesa in piazza contro il regime degli ayatollah. Alla protesta si sono uniti gli iraniani bloccati nel traffico dagli scontri cominciando a suonare ad intermittenza il clacson in segno di solidarietà ai manifestanti. Squadre speciali dei Guardiani della rivoluzione e dei Basij, a bordo di motociclette, hanno fatto strage dei finestrini delle macchine per tentare di bloccare la protesta dei clacson.
Gli scontri di ieri coincidono, non a caso, con il primo giorno dell’Ashura, che sette secoli dopo ricorda Hussein. Il grande martire che gli sciiti commemorano flagellandosi, in ricordo del sangue versato dal nipote del Profeta nella battaglia di Karbala. Gli slogan per l’eroe sciita vengono utilizzati per inneggiare al leader dell’opposizione, Hussein Mousavi, che porta il suo nome. Non solo: oggi, il culmine dell’Ashura, coincide con il settimo giorno di lutto per la scomparsa del grande ayatollah Hossein Ali Montazeri. La vera spina nel fianco del regime che ha criticato e condannato dagli anni ottanta, dopo essere stato un fautore della Rivoluzione islamica contro lo Shah.
I manifestanti prendono personalmente di mira anche la guida suprema del paese. «Khamenei ghatele, Velayatesh batele» (Khamenei è un assassino e il suo potere è illegale) gridano nelle piazze. I dimostranti protestano pure contro i cavalli di battaglia del regime, come la lotta al fianco dei palestinesi e degli sciiti Hezbollah. In piazza urlano «No Gaza, no Libano. La mia vita è per l’Iran». La protesta si è organizzata nei giorni scorsi via sms indicando la giornata di oggi come l’apice della mobilitazione. Le autorità, nonostante le minacce, temono una scintilla che possa provocare un bagno di sangue. Il giorno del martirio di Hussein si trasformerebbe nel colpo più duro al regime degli ayatollah.
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