Iran, il regime manda a morte gli oppositori

Ora il regime ci prova. Tenta di reagire, di spegnere la vampata di rabbia e indignazione che rischia d’incenerirlo. La ricetta è sempre la stessa, scontata e desueta. Innanzitutto una nuova repressione che fa salire il numero degli arrestati a 1.500 in tutto il Paese. Poi, tanto per dimostrare di non fermarsi di fronte a nulla e nessuno, anche il fermo della sorella del premio Nobel Shirin Ebadi. Infine un coro d’accuse ai nemici stranieri, agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e a tutto quell’Occidente colpevole di fomentare disordini e scontri per mettere in difficoltà la Repubblica Islamica. La stessa solfa degli ultimi sei mesi. Ma intanto da Londra rimbalzano le dichiarazioni di un esponente dell’opposizione in esilio in Francia, il regista Mohsen Makhmalbaf che alla Bbc ha detto che il nipote di Mir Hossein Mousavi aveva ricevuto «minacce di morte» già alcuni giorni prima della manifestazione anti-regime. Il regista ha descritto nei dettagli l’assassinio di Seyed Ali Mousavi: «Da un’auto cinque persone dei servizi segreti gli sono andati davanti e gli hanno sparato al petto».
Ma la litania d’accuse all’Occidente non si ferma. A metterla in scena sono chiamati il presidente del Parlamento Ali Larijani e il presidente Mahmoud Ahmadinejad. Larijani apre le danze rivolgendosi al potere giudiziario e all’apparato d’intelligence, chiedendo - a nome del Parlamento - l’arresto di «tutti coloro che insultano la religione con l’applicazione del massimo delle pene». Un rappresentante dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, ha dichiarato che gli oppositori sono «nemici di Dio» e dovrebbero essere giustiziati in base alla Sharia, la legge islamica. Subito dopo tocca a Mahmoud Ahmadinejad. Il presidente, assente dalla scena politica già da vari giorni, liquida come una nauseabonda messa in scena «opera di americani e sionisti», le manifestazione della scorsa domenica costata la vita a una decina di persone, tra cui il nipote del leader dell’opposizione Mir Hosein Mousavi. «La nazione iraniana ha visto molte di queste mascherate, la carnevalata stavolta è opera di un sionista e un americano e - afferma il presidente - sionisti e americani ne sono gli unici spettatori, ma chi ha pianificato o ha partecipato a quel ributtante spettacolo commette un grosso errore». La parte più interessante di questa pantomima di regime è la sintonia e la sincronia delle dichiarazione di due esponenti conservatori protagonisti, in passato, di durissimi scontri pubblici.
L’inedita convergenza serve a dimostrare la compattezza dei vertici del sistema. Il messaggio non è diretto né all’esterno, né all’opposizione, ma punta a spronare i vertici di un apparato di sicurezza apparso disorientato ed esitante di fronte ai dimostranti. Il regime cerca, insomma, di rinsaldare le fila e richiamare all’ordine chi ha il compito di difenderlo. Le accuse alle potenze straniere, la convocazione dell’ambasciatore britannico, la minaccia di reagire «con un pugno in faccia» alle esternazioni del ministro degli Esteri britannico David Miliband sulla mancanza di autocontrollo delle forze dell’ordine iraniane rispondono ad uno schema ancor più antico.
Rovesciare la colpa sugli stranieri significa delegittimare l’onda verde, trasformarla in una marionetta dei nemici della Repubblica Islamica, presentarla agli iraniani come uno strumento del nemico. Ma chi ci crede? Se 6 mesi di messaggi simili, accompagnati da una durissima repressione, non sono bastati a frenare le dimostrazioni non sarà certo quest’ultimo a far la differenza. In verità il segnale è diretto a Mir Hosein Mousavi e va letto assieme ad altri due avvertimenti. Il primo è l’arresto di Nushin Ebadi, una 47enne docente di medicina colpevole soltanto di essere la sorella del premio Nobel per la pace Shirin Ebadi. Il secondo è la cancellazione della scorta di Mehdi Karroubi seguito dall’aggressione al leader riformista messa a segno da un gruppo di ultra conservatori riunitisi all’uscita di una moschea. Quell’intimidazione preceduta dalla cancellazione della scorta equivale, secondo il figlio Hossein Karroubi, ad una condanna agli arresti domiciliari. Il duplice attacco all’Ebadi e a Karroubi servono a far capire a Mousavi che né le reazioni internazionali, né il rispetto di cui gode in patria lo mettono al riparo da un possibile arresto. Per scansarlo e per evitare di venir accusato di connivenza con i nemici stranieri il leader dell’opposizione deve - fa capire il regime - prendere le distanze da quella parte del movimento che mette in dubbio la legittimità stessa del sistema. Come dire: chi non torna nel solco del sistema e abbandona l’opposizione assaporerà la galera.