Iran, a sorpresa un superfalco al ballottaggio

Mahmoud Ahmadinejad è un ex «pasdaran» che disprezza apertamente la democrazia. I guardiani della rivoluzione avrebbero «lavorato» per lui ai seggi

Gian Micalessin

da Teheran

Sembravano le più apatiche e scontate elezioni presidenziali in 26 anni di Repubblica islamica. Invece verranno ricordate a lungo. Di certo non le dimenticherà il candidato riformatore Mehdi Kharroubi superato nella lotta per il terzo posto dal sindaco di Teheran Mahmoud Ahmadinejad, un 49enne ex pasdaran ultraconservatore di cui da queste parti si ricorda una sola frase famosa: «Non abbiamo fatto la rivoluzione per vivere in una democrazia». Dunque sarà questo super falco dell’estremismo religioso a contendere nel ballottaggio della prossima settimana la poltrona di presidente a un Hashemi Rafsanjani ormai nel mirino del potere ultraconservatore.
«Ieri mattina avevo sognato di poter vincere, ma poi mi hanno svegliato e m’hanno detto che ero stato sconfitto», confessa al Giornale con amara ironia l’ex presidente del Parlamento Kharroubi ritrovatosi retrocesso al terzo posto dopo un inatteso testa a testa con il due volte ex presidente Rafsanjani, grande favorito di queste elezioni. Ma Kharroubi non si ferma qui e in un crescendo d’accuse e sospetti chiede l’intervento del leader supremo Alì Khamenei perché sia fatta luce. «Il leader supremo deve intervenire per far giustizia, vogliamo che ci consegnino le prove ufficiali dello scrutinio perché ho avuto notizie di brogli scandalosi. Pretendo il riconteggio dei voti di Esfahan, Teheran e Qom perché da quel che ci risulta in quelle città sono state pagate tangenti in cambio del voto».
Ma a stupire - al di là delle notizie di brogli per ora non verificabili - è la sorprendente preveggenza del Consiglio dei Guardiani, l’organo istituzionale incaricato di vegliare sull’ortodossia politico-religiosa della Repubblica islamica. L’apparente irruzione del sovrannaturale nella metodica e rituale conta dei voti si manifesta a metà mattina. In quel momento gli scrutatori sono ancora con le schiene curve sulle urne e i dati ufficiali danno al primo posto Rafsanjani seguito a brevissima distanza da Kharroubi. Già questo risultato sconvolge tutti i pronostici. Fino a venerdì sera Kharroubi è considerato fuori gioco da sondaggi e osservatori internazionali. Nelle prime ore della mattina invece ruba i riflettori al candidato riformatore Mustafa Moin che, contrariamente alle previsioni, naviga lontanissimo dal secondo posto.
A quell’ora il Consiglio dei Guardiani deve però saperne molto di più. Senza neppure attendere la conclusione dei conteggi, l’organo costituzionale prende l’iniziativa e attribuisce il secondo posto - e dunque l’accesso al ballottaggio - al parvenu Mahmoud Ahmadinejad, fermo in quel momento al terzo posto. Il presidente uscente Mohammed Khatami protesta e denuncia l’anticipato verdetto dei Guardiani. Ma in poche ore il Consiglio dimostra di saperla lunga. Verso le quattro del pomeriggio, quando s’iniziano a contare i voti delle urne di Teheran, Ahmadinejad compie, infatti, un prodigioso balzo in avanti occupando quel secondo posto già attribuitogli dai Guardiani dell’ortodossia islamica. E a tardo pomeriggio il ministero degli Interni è costretto ad ammettere che il falco ultraconservatore ha conquistato il 19,3 per cento dei voti piazzandosi appena dietro a un Rafsanjani fermo al 20,8 per cento.
Il magico concretizzarsi di questi risultati per molti rappresenta solo una spudorata beffa. Il furente Isa Saharkhi, braccio destro del candidato Mustafa Moin in questa campagna elettorale, non esita a definirli «un colpo di Stato». «È stato tutto deciso a mezzogiorno di mercoledì scorso», spiega al Giornale Saharkhi. «I capi del potere religioso quando hanno visto i risultati dei sondaggi che ci davano in testa dietro a Rafsanjani hanno mobilitato i pasdaran e i volontari della rivoluzione. Stranamente da quel momento è stata richiesta la presenza di una decina di supervisori per ogni seggio. Se ci fosse la possibilità di un riconteggio probabilmente scopriremmo che hanno rubato milioni di voti, ma non ci fermeremo qui: mobiliteremo i nostri militanti e il prossimo lunedì scenderemo tutti in piazza».
In attesa di una protesta di piazza destinata probabilmente a venir snobbata dal regime è andata in scena, invece, un'immediata dimostrazione di forza di Mahmoud Ahmadinejad. Nel pomeriggio il super falco convoca una conferenza stampa e ne approfitta per far capire a giornalisti iraniani e inviati stranieri quale sarà il nuovo corso qualora dovesse spuntarla al ballottaggio. Nella sala avvolta da un gelido silenzio uno scrupoloso ufficiante religioso posa sul leggio il Corano e inizia un lento salmodiare. Poi, al termine di dieci interminabili minuti di preghiera, il devoto sindaco di Teheran concede facoltà di parola a se stesso e alla stampa. Del resto c’è da capirlo. Non ha fatto la rivoluzione per ridursi a vivere in una democrazia.