Iraq, il Congresso sfida Bush: "Via nel 2008". Il presidente: "Metto il veto"

Camera e Senato approvano la legge di spesa che prevede il ritiro delle truppe. E Bagdad lancia un appello: "Non lasciate il Paese"

Washington - E adesso è sfida aperta sull’Iraq fra Bush e il Congresso. Sfumate le possibili formule di compromesso, non restano ad entrambi che le «armi» del rispettivo ruolo istituzionale: veto contro voto. Il voto è quello della maggioranza che il Partito democratico ha conquistato il novembre scorso sia al Senato sia alla Camera, il veto è di pertinenza della Casa Bianca. La posta era formalmente quella degli stanziamenti per continuare la guerra in Iraq, che il Congresso non nega e finora neppur lesina a Bush: solo li condiziona alla fissazione di una data per la fine del ruolo militare americano nel conflitto. Comunque vadano le cose, ha stabilito ieri la Camera, il 1° ottobre le truppe Usa debbono cominciare a tornarsene a casa. Comunque vadano le cose debbono essere riportate a casa tutte entro il 1° aprile 2008. È una formulazione estrema, frutto di una escalation rispetto ad altre formule più moderate discusse e approvate nelle settimane scorse e tutte oggetto della minaccia di veto presidenziale. A questo punto, rotto per rotto, l’opposizione ha scelto il testo massimalista, che naturalmente ha raccolto la più ristretta delle maggioranze: 218 contro 208, un margine nettamente inferiore alla maggioranza di cui i democratici dispongono alla Camera. Tutti contrari i repubblicani, tranne due, tutti favorevoli i democratici tranne tredici.
A questo punto toccava a Bush e il presidente non solo ha ribadito la sua posizione intransigente, ma ha anche mostrato di voler giocare d’anticipo. Il calendario stabiliva infatti che il Senato esaminasse la risoluzione una settimana dopo la Camera di modo che il documento finisse sulla scrivania di Bush nella settimana ancora successiva. Invece il presidente ha invitato il Senato ad «approvare rapidamente questo testo in modo da potervi opporre subito il suo veto e poi lavorare con il Congresso a un diverso progetto di legge che rispetti il giudizio dei comandanti militari». Sfida nella forma di una offerta non rifiutabile, e infatti il Senato ha approvato poche ore dopo il medesimo testo della Camera, con una maggioranza di dimensioni analoghe anche se con due defezioni in campo repubblicano, mentre il democratico Lieberman si è schierato con Bush stavolta, in campo repubblicano: 51 sì a quella che la Casa Bianca ha definito «la data della capitolazione» e 46 no.
Tutto secondo le previsioni iniziali, con l’aggiunta però che il «muro contro muro» ha suscitato da entrambe le parti toni ancora più aspri, spingendo a buttare nella mischia anche problemi e polemiche che teoricamente potevano e dovevano rimaner separati. Ad esempio il segretario di Stato Condoleezza Rice, subito dopo il voto, ha rifiutato di comparire davanti al Congresso per testimoniare sotto giuramento nell’ambito di una inchiesta sulla diffusione di notizie false, subito prima dell’attacco all’Iraq, circa fantomatici acquisti di uranio che Saddam Hussein avrebbe effettuato nel Niger. È intervenuto anche il governo iracheno, che pure aveva espresso in passato l’auspicio che le truppe americane si ritirassero dal Paese e ora invece condanna la decisione del Congresso come l’«abbandono di un alleato». Il regime di Bagdad è a sua volta sotto tiro dell’Onu, che lo accusa di aver fatto nell’ultimo paio di mesi carte false minimizzando deliberatamente i totali delle perdite umane dopo la decisione di Bush di inviare rinforzi, presumibilmente per suggerire che la situazione era migliorata. Un «conteggio» cui il comando militare Usa ha di recente rinunciato, sempre allo scopo di non essere coinvolto in polemiche politiche. La posizione del Pentagono resta che in Iraq c’è qualche segno di miglioramento anche se la situazione è tuttora pericolosa. Polemiche destinate a un ridimensionamento di fronte alla realtà di un veto imminente, che sancirà il più grave e aperto contrasto fra il potere esecutivo e quello legislativo durante una situazione bellica.