Iraq, Obama alle truppe: "E' l'ora della transizione"

Obama a Bagdad per una visita a sorpresa. Appello ai leader iracheni: "Si assumano le responsabilità del Paese". Vede al Maliki e lo incoraggia a "unire le diverse fazioni politiche"

Bagdad - Oggi il presidente Barack Obama ha fatto una visita a sorpresa in Iraq, la sua prima nel Paese mediorientale dall’insediamento. Dopo l’atterraggio, Obama si è spostato in auto nella base statunitense "Camp Victory", dove incontrerà il comandante delle truppe Usa in Iraq, generale Ray Odierno, saluterà i soldati e consegnerà dieci medaglie al valore.

L'appello ai soldati E' "giunta l’ora della transizione agli iracheni". Parole, quelle pronunciate a Baghdad dal presidente Obama, che hanno provocato grida di gioia e applausi fragorosi dai militari statunitensi che lo ascoltavano. Obama, giunto a Baghdad in una tappa a sorpresa a conclusione del suo tour europeo, ha aggiunto che le truppe statunitensi hanno dato all’Iraq l’opportunità di diventare un paese democratico, cosa che ha definito uno straordinario successo. Obama ha, quindi, detto alle truppe che "i prossimi 18 mesi saranno cruciali" per la missione e che il rimpatrio delle truppe è legato al fatto che l’Iraq diventi un paese stabile e non un rifugio per i terroristi. "Finché io sarò alla Casa Bianca avrete tutto il sostegno necessario", ha detto Obama alle truppe.

L'incontro con al Maliki Obama ha, poi, incontrato il premier sciita Nouri al Maliki nella base militare di Camp Victory. Dopo il colloquio Al Maliki ha dichiarato di aver rassicurato il presidente in merito ai progressi fatti nel settore della sicurezza, e che questi continueranno. Obama ha da parte sua affermato di aver "fortemente incoraggiato" il premier iracheno a unire le varie fazioni politiche, integrando i sunniti nel governo e nelle forze di sicurezza. In precedenza Obama aveva sottolineato come sia importante per gli Stati Uniti dare sostegno ai dirigenti iracheni perché risolvano prima delle elezioni politiche del prossimo dicembre questioni quali la condivisione del potere fra sciiti e sunniti o la ridistribuzione dei ricavi delle risorse petrolifere, problemi per la cui soluzione la visita del Presidente può costituire un aiuto. Dopo aver incontrato al Maliki, Obama ha avuto un colloquio telefonico con l’omologo Jalal Talabani e si è spostato in elicottero all’interno della 'zona verde', dove si trovano l’ambasciata statunitense e i principali uffici governativi iracheni.

La pace in Medio Oriente "Credo che la pace in Medio Oriente sia possibile e che sia fondata sulla vicinanza di due stati", Israele e Plestina, ha detto anche oggi Obama, concludendo in Turchia la sua ultima tappa del viaggio europeo dopo aver aperto il nuovo capitolo dell’impegno americano con il mondo musulmano. Ieri al Parlamento turco Obama aveva stigmatizzato la 'svolta' con l’Islam, dichiarando che gli Usa "non sono e non sono mai stati in guerra". Oggi, in un intervento davanti agli studenti di Istanbul, ha ribadito che americani e musulmani "non possono più permettersi di parlare l’un l’altro come nel passato focalizzandosi solo sulle loro differenze". "Penso - ha detto - di sapere già come possa essere un compromesso e come sarà. Quello di cui abbiamo bisogno è la volontà politica e il coraggio".

I rapporti con Israele A sottolineare il suo impegno Obama, sarà in Israele e Cisgiordania a giugno, come ha reso noto una fonte diplomatica americana al giornale Haaretz. Obama farà una tappa a Israele subito dopo aver incontrato in Francia il presidente Nicolas Sarkozy e a poche settimane di distanza dal colloquio che avrà con il premier Benjamin Netanyahu il 3 maggio a Washington. Nel suo secondo giorno di visita in Turchia, Obama ha ribadito che "se la Turchia può stare nella Nato, le sue truppe possono partecipare alle missione e i suoi soldati possono rischiare la vita per proteggere gli alleati perchè non possono allora vendere le loro albicocche in Europa o viaggiare liberamente nel Vecchio Continete?". Resta tuttavia la perplessità degli altri stati Ue. Il ministro degli Esteri austriaco, Michael Spindelegger, ha sottolineato come la decisione dell’ingresso di Ankara non può che essere una decisione europea. "Non sono gli americani che devono decidere - ha affermato in un discorso al Parlamento di Vienna - siamo noi che prendiamo le decisioni a casa nostra".