Irene Papas perde la memoria, non il fascino

Nel monologo «Medea», da lei scritto, l’attrice greca smarrisce tre volte il filo, poi ironizza col pubblico sulle proprie amnesie

Enrico Groppali

da Milano

Al Salone del mobile della Triennale di Milano, Irene Papas sotto la sigla delle produzioni Teatro Cultura ha presentato in prima europea Teodora, un monologo di sua composizione sulla vita e i tempi dell’imperatrice di Bisanzio. In una cornice che poco o nulla aveva a che fare con gli splendori e la raffinatezza di una porta dell’Oriente come è stata ed è tuttora la capitale turca, la celebre tragica avvolta in una preziosa tunica scura bardata di argentee guarnizioni, la chioma corvina che morbida scendeva sulle bellissime spalle ha cominciato a sgranare davanti a un pubblico d’eccezione la storia della sua eroina. Che in passato fu prescelta da Sarah Bernhardt per un eccezionale exploit dovuto alla penna di Sardou mentre, nei nostri anni Cinquanta, fornì a un eccellente regista di magnifici peplum come Riccardo Freda il destro per confezionare su misura della prediletta Gianna Maria Canale un film assai apprezzato dai nostri cugini d’Oltralpe per l’accurata ambientazione culminata nella famosa sequenza della corsa delle bighe.
Fin qui col passato. Mentre, tornando a noi, la bella Irene dal fascino intatto al di là di ben ottanta primavere si è limitata a declamare in terza persona le vicende del suo mitico alter ego devotamente assistita da un corifeo (Spyros Pavlakis) che, ogni tanto, faceva da controcanto alle suadenti melopee di Vangelis dall’attrice sapientemente modulate tra una battuta e l’altra. Tutto bene quindi? Ahi noi, pare proprio di no perché, fin dall’inizio, la diva in preda a un improvviso vuoto di memoria si scusa e fugge. Per tornare rinfrancata subito dopo a scusarsi coi suoi ammiratori che la salutano con un caldo applauso. Ma purtroppo non è finita: perché per tre volte consecutive l’amnesia regna sovrana costringendo Irene a dare forfeit ironizzando col pubblico su ciò che l’affligge, prima di riprendere faticosamente il controllo sui propri mezzi che, ben oltre le sue note capacità di dicitrice, ormai appaiono decisamente declinanti.
A tal punto che, nonostante il mestiere e l’espressività profonda dell’interprete, la storia della prostituta e domatrice da circo che, una volta assunta al trono, combatté per i diritti delle donne prima di esiliarsi dalla corte in seguito a una rivolta, provocata dall’oligarchia ma soffocata nel sangue, agli occhi del pubblico rimane allo stato di abbozzo. Peccato per Irene che, ci auguriamo dal profondo del cuore, non debba presto precipitare nell’abisso inesorabile del bel tempo che fu come accadde, negli ultimi anni, a una fuoriclasse come Paola Borboni.