Irlanda, l’Ue corre ai ripari alla disperata ricerca di un piano alternativo

L’alternativa è tra un braccio di ferro con Dublino e il difficile lancio dell’Europa «a più velocità»

da Roma

Far finta di niente e obbligare gli irlandesi a ricontarsi? Ricominciare tutto da capo o, in ultimo, scegliere quelle “cooperazioni rafforzate” previste dal trattato di Nizza che, di fatto, cancellerebbero la Ue a 27 per dar vita a qualcosa di nuovo ma anche di assolutamente imprevedibile? L’Europa cerca di correre ai ripari dopo il no del venerdì nero di Dublino e si prepara ad una settimana di fuoco. Già quest’oggi, i ministri degli Esteri dei 27 s’incrociano a Lussemburgo. Mercoledì Barroso, che nel frattempo ha detto cercherà di mettersi in contatto con capi di Stato e di governo, riferirà al Parlamento europeo. Poi, giovedì e venerdì gran finale con il consiglio europeo a Bruxelles (per il consueto summit estivo) che si aspettava di conoscere le proposte di Sarkozy per il semestre di guida francese, ma che dovrà chiedersi prima come procedere per evitare di finire in panne. E sempre venerdì, vertice a Lisbona dei presidenti di Camere e Senati dei 27 (per noi ci saranno Schifani e Fini) che era stato programmato in vista di quello che si pensava fosse il via libera al trattato, e che ora diviene stanza di meditazione sul da farsi per evitare lo stallo.
Già. Perchè se le emergenze premono - e proprio il presidente francese ha indicato la questione dell’immigrazione e il caro-petrolio come urgenze cui occorre dare al più presto risposte valide per tutti - la bocciatura del trattato di Lisbona riporta la Ue alle possibili “non decisioni”. Con la carta approvata in riva al Tago, infatti, non ci si sarebbe più dovuti sottomettere all’unanimità per il varo di provvedimenti importanti: sarebbe bastata una maggioranza qualificata del 55% dei paesi con il 65% dei cittadini europei per decidere. Il “no” irlandese ci fa ripartire da capo. Serve il “sì” di tutti. Che è un problema non da poco, specie se uno dei soci lo fa per ottenere un qualche vantaggio in altri campi.
Serve un piano B, insomma. Ma quale? La maggioranza dei tecnici in servizio a Bruxelles, crede che la soluzione possa essere quella di procedere rapidamente alla ratifica del trattato (lo hanno già fatto 18 paesi su 27) per poi andare ad un braccio di ferro con Dublino. In fondo l’Eire già disse no a Nizza nel 2001, salvo ripensarci (avendo ottenuto la garanzia di poter mantenere la sua neutralità in caso di guerra) l’anno dopo ripetendo il referendum. Ma l’An Taoiseach (premier) Brian Cowen non vuol sentir parlare di un nuovo voto: troppo pericoloso. E non è detto che altri siano d’accordo per il braccio di ferro con gli irlandesi. L’euroscettico presidente ceco Vaclav Klaus (che Sarkozy incontra oggi a Praga) ha già detto che il «trattato è morto ed una ratifica di quel testo, impossibile».
Ricominciare tutto da capo, allora? Lo si esclude decisamente. Già troppa acqua è passata sotto i ponti con la Costituente prima, e le modifiche seguite ai referendum francese e olandese, poi. È vero che in molti reclamano un testo “dal basso”, e non piovuto dai cieli dell’eurocrazia, ma in molti dicono serva ora una decisa virata di rotta. Per potere decidere su questioni delicatissime ed urgenti. Non si possono aspettare altri 4-6 anni per decidere.
Non resta allora che l’idea delle “cooperazioni rafforzate”. Due, tre, cinque o anche dieci paesi decidono di unire le loro forze sulla politica di difesa, o su quella energentica o estera. Proprio Sarkozy (con la sua unione euro-mediterranea ad esempio), sgomita molto in questa direzione. Ma la Germania nicchia, la Gran Bretagna è scettica, i nordici sono contrari. Questo porterebbe alla creazione di “noccioli duri” che necessariamente costringerebbero l’Europa a marciare a più velocità. E di fatto a sparire, almeno per come si era vista fin qui. Resta da dire dell’atteggiamento italiano. La maggior parte delle forze politiche si muove in sintonia con le ipotesi prevalenti a Bruxelles, Parigi, Londra e Berlino (procedere con le ratifiche, poi si vedrà). Ma la Lega non pare voler cedere alla sua lotta contro l’iper-burocrazia Ue.