IRONIA Il sottile fascino dell’umorismo milanese

Da Manzoni a Gadda, da Buzzati a Porta non sono mancati gli esempi nella letteratura meneghina

Paolo Bianchi

Se, come sosteneva Victor Hugo, «la libertà comincia dall’ironia», Milano è stata spesso una città libera, e a sottolinearlo rimangono le parole dei suoi poeti e dei suoi cantori. Dal dialetto di Bonvesin de la Riva ai versi di Carlo Porta, l’arte retorica della finzione e dissimulazione ha raggiunto sovente vette altissime. Non che la censura non se ne accorgesse, quando diventava strumento politico: è il caso della comitragedia Giovanni Maria Visconti Duca di Milano scritta a quattro mani nel 1818 dal Porta e da Tommaso Grossi, mai rappresentata. In particolare, l’ironia sembra aver fissato l’accento sulle disuguaglianze fra le classi. Lo stesso Porta scrive ne La preghiera di donna Fabia: «Mio caro buon Gesù, che per decreto/dell’infallibil vostra volontà/m’avete fatta nascere nel ceto/distinto della prima nobiltà,/mentre poteva a un minim cenno vostro/nascer plebea, un verme vile, un mostro...» In quegli stessi anni Alessandro Manzoni lavorava ai suoi Promessi Sposi. L’imposizione dell’opera sui banchi di scuola spesso ci ha distolti dal suo carattere spiccatamente umoristico. Eppure il conflitto tra i semplici e gli umili da una parte e i prepotenti dall’altra è alla base di una comicità dai risvolti amari. Non sarà certo Renzo, il «povero untorello» quello destinato a «spiantare Milano». Il Novecento, il secolo più violento della storia umana, decretando Milano capitale dell’industria e degli affari, ne ha fatto anche il fulcro di tutte le nevrosi contemporanee. A partire dalla smania per l’ascesa sociale. Bastano poche righe dall’Adalgisa (1943) di Carlo Emilio Gadda, per rendersene conto. Così si descrive l’invito di un giovanotto in una casa della buona borghesia; «C’erano il conte e la contessa Chiappini, il professor Alisei, della Università di Genova, con signora, l’ingegner Panzarotti, direttore “generale” della società idroelettrica del Cauro, il giovane Rapetti, dottore in filologia classica, la signorina Cipolla, le due signorine Della Gerla, la loro zia, di cui non si capì bene il nome: e il dottor... mah!... il dentista... Dei primi di Milano, però. Il cagnolino, un pechinese, gli mosse incontro: e fu richiamato al titolo di Mumi».
L’anima popolare di Milano sembra impegnata con tutte le forze a difendere se stessa, facendo mostra di una vitalità altrove sconosciuta. Che sfocia al limite nell’anarchia architettonica della Brianza, trasfigurata sempre da Gadda nella regione del Maradagàl, nella sua Cognizione del dolore (1970). Un inno d’amore non privo di disincanto è quello di Alberto Savinio, in Ascolto il tuo cuore, città, memoriale e reportage pubblicato nel 1944, dopo i bombardamenti: «Il monumento a Beccaria in Milano (è) collocato nel luogo medesimo in cui una volta sorgeva la casa del boia. In questo caso (...) la sostituzione ha un preciso fine disinfettatorio. A spalla a spalla con la casa del carnefice, stavano i lupanari. Si andava prima al lupanare, ove l’amore mercantile uccideva l’anima, poi si passava in casa del boia, ove la mannaia (...) uccideva il corpo». E se quella del comasco Massimo Bontempelli è un’ironia come modo di pensare l’arte, e il suo realismo magico un espediente per vedere le cose in modo non sentimentale, quella del milanese d’adozione Luciano Bianciardi (maremmano d’origine) si avvicina decisa al sarcasmo di gusto anarchico. «La missione mia (...) era questa: far saltare tutti e quattro i palazzi e, in ipotesi secondaria, occuparli, sbattere fuori le circa duemila persona che ci lavoravano, chine sul fatturato, sui disegni tecnici e sui testi delle umane relazioni, e poi tenerli a disposizione di altra gente» (La vita agra, 1962). I palazzi sono quelli del centro direzionale, tra cui «il torracchione», il grattacielo Pirelli.
Altrettanto caustico verso una malriposta idea di operosità lombarda è Lucio Mastronardi, che nel microcosmo della sua Vigevano scopre i semi della produttività esasperata, della ricerca del profitto a scapito della civiltà dei rapporti umani. L’ossessione unica di tutti i personaggi della Trilogia Vigentina (1962) sembra essere quella di «mettersi in proprio e fare i dané». Non è forse un caso, o è forse anche questa una forma d’ironia, che le due vie di Milano che portano i nomi di Bianciardi e Mastronardi, corrano parallele a poca distanza. E borghese ironico fu infine Dino Buzzati. Lui, nel Poema a fumetti (1969), traccia la mappa del quartiere di Brera, un isolato di case di malaffare, dove avvengono turpi commerci e nel contempo sboccia la bellezza. Disegna anche la via. Peccato che quella strada, nella realtà, non sia mai esistita.