Isabelle Huppert rompe con i drammi chic

La Meryl Streep d'Oltralpe, sempre molto austera, ne "Il mio peggiore incubo" perde la testa per un playboy ubriacone, ribaltando tutti i cliché dell'amore. Scatena risate e applausi al Festival del cinema di Roma, dimenticandosi per una volta i ruoli drammatici

Finalmente una grande attrice, ieri, al Festival di Roma fin qui avaro di talenti femminili. A 56 anni Isabelle Huppert, la Meryl Streep d’Oltralpe, non deve dimostrare più niente a nessuno. E lasciandosi andare alla propria bravura, scatena risate e applausi con Mon pire cauchemar, Il mio peggior incubo (dal 2012 in sala, distribuito da Bim), commedia sentimentale fuori concorso di Anne Fontaine (Coco avant Chanel) con il comico vallone Benoit Poelvoorde, quello di Niente da dichiarare. Della musa di Claude Chabrol è nota la propensione a incrociare il cammino dei registi più diversi: Cimino, Haneke, Ozon in comune hanno nulla. Così non stupisce che lei, chioma ramata e magrezza elegante, non trovi poi differenze tra ruoli leggeri e parti pesanti, dramma e commedia. «Come spettatrice, magari, posso fare la differenza tra dramma e altro. Ma come attrice, no», osserva subito la «merlettaia», che in Europa ha fatto man bassa di premi e riconoscimenti. Lei stessa, però, dopo aver incarnato Agathe, la classica «bobo» (così i francesi chiamano i borghesi-bohémienne), che vive di artistico algore nella sua fondazione d’arte contemporanea, ha avuto nostalgia del ruolo. «Avrei ricominciato subito, da capo, tanto mi sono divertita», ha confessato l’interprete, sullo schermo solitamente imbevuta di ansia, dolore, tormento. Sicché, benvenuta nel club delle attrici brillanti, perché ce ne vuole per partire da antipatica rigidina con la mania del controllo, finendo a fare carriola e cavalluccio con Patrick (Benoit Poelvoorde), cafonissimo spiantato dedito al bere. E se lei, nella Parigi di oggi, è una lady «difficile da impressionare», lui, intenditore di «alcol, mignotte e geografia», rappresenta il fool, il pazzo vitale che entra nell’imbalsamata vita di lei e la costringe a cambiare. I due, infatti, sono genitori di figli inseparabili: stessa età, stessa scuola, ma destini diversi. Personaggi agli antipodi, dunque, per una commedia intelligente, dove i clichés scricchiolano. Il buzzurro, in realtà, la sa lunga: smette di bere, per amore di lei e la tira fuori dal deserto calmo e gelido in cui l’ha sprofondata un’esistenza convenzionale. E la coltivata madame? Mette i jeans e va a letto col buzzurro, che sposerà per fargli ottenere l’affido del figlio, contro l’ottusità dei servizi sociali. «Qui l’umorismo non è fine a se stesso: serve per abbattere gli stereotipi e i confini», dichiara Isabelle, che a maggio è apparsa nel dramma con Je suis pas une putaine de princesse, primo film da regista dell’attrice Eva Ionesco, tristemente nota perché sua madre, la controversa fotografa Irina, usava ritrarla in pose oscene fin da piccola. Quella pessima madre, nel film autobiografico della Ionesco, presentato a Cannes, era Isabelle. «Se mi sono liberata, girando Mon pire cauchemar? Io no, perché non trovo poi così insopportabili i ruoli drammatici. Magari, si sarà liberato lo spettatore». Che classe, madame Huppert.