ISHIGURO «La morte? Mi spaventa più la scienza»

L’autore anglo-giapponese parla del suo nuovo scioccante romanzo «Non lasciarmi», dove un gruppo di bambini viene cresciuto in un castello per divenire cloni e pezzi di ricambio per altri esseri umani

Gli elementi della favola ci sono tutti: la grande residenza isolata, il bosco terribile in cima alla collina, le stradine solitarie in cui si fanno incontri inaspettati, le streghe cattive e le fatine buone. E i bambini. Tanti bambini, maschi e femmine, confinati in un collegio fuori dal mondo chiamato Hailsham. Non lasciarmi (Einaudi, pagg. 291, euro 14), l’ultimo romanzo che lo scrittore anglo-giapponese Kazuo Ishiguro è venuto a presentare in questi giorni in Italia, è in principio proprio una favola di stampo anglosassone classico. E come è accaduto alle favole grandi, è perfetta per sacrificare i propri riti, simboli ed eroi all’analisi, alla metafora, al sogno e per titillare la carne viva dei nostri desideri e angosce più profondi. Quei bambini vengono allevati - tra arte, bellezza e rigide regole - per divenire cloni: corpi da operare più volte per estrarre gli organi vitali necessari alla sopravvivenza di altri esseri umani e poi destinati a morte prematura.
Hailsham è in Inghilterra, ma chiedersi dove non ha senso: l’invenzione letteraria, lo porta, attraverso le voci dei tre protagonisti di Non lasciarmi Kathy, Ruth e Tommy, a creare paradisi perduti ma protetti da rigide norme di sicurezza o a trasformare luoghi esistenti. Inevitabile, a questo punto, chiedere a Ishiguro che cosa Hailsham rappresenti veramente.
«Hailsham è una metafora dell’infanzia e ciò che lo circonda è un intermondo che distorce, riflettendolo, il mondo in cui viviamo tutti noi. L’infanzia è una specie di bolla, nella quale si vede il mondo come un cartone animato, nel bene e nel male: ci sono tante cose meravigliose da scoprire, ma anche spaventose cospirazioni organizzate dai «grandi». E mano a mano che i bambini crescono, vengono a conoscenza di voci: voci su come è fatto il mondo degli adulti, su come siano realmente le prove spaventose che li attendono. Nel mondo reale i genitori, io per primo, cercano di filtrare queste informazioni - l’esistenza della morte, della vecchiaia, della malattia - perché i bambini debbano venire a patti il più tardi possibile con il sistema in cui viviamo noi esseri umani».
In tutto questo c’è uno spazio per una dimensione trascendente?
«Che cosa ci sia oltre la morte non mi preoccupa. Per me è più importante mettere l’accento sulla brevità della vita che concentrarmi su ciò che la segue. Quando i protagonisti di Non lasciarmi si avvicinano alla morte, comprendono che la vita è molto più breve di quanto pensiamo e che ci sono cose importanti che capiamo troppo tardi, come l’amore e l’amicizia. A me non interessa che questa vita sia un incipit per qualcosa che viene dopo. Non sono cresciuto in una tradizione cattolica o cristiana e sono completamente agnostico rispetto alla trascendenza. È inevitabile che questo si rifletta nella mia scrittura: io scrivo soltanto della vita che conosciamo».
Philip K. Dick, Aldous Huxley: sono stati citati molti autori di science fiction a proposito di Non lasciarmi. Ha tratto ispirazione da qualcuno di loro?
«Suppongo che la fantascienza migliore si occupi dell’essere umano e dei problemi della società. Che attraverso mirabolanti descrizioni del futuro parli di noi e della nostra vita. Ho voluto dei cloni come protagonisti non per addentrarmi in un territorio fantascientifico ma per potermi chiedere: perché siamo stati creati? Che cosa ci rende umani? Una domanda del genere non è più di moda nel mondo letterario moderno e post-religioso, nei romanzi non se ne discute più. L’esistenza del clone permette invece di chiedersi spontaneamente: un clone è un essere umano? Perché è stato creato? Si possono così reintrodurre i grandi quesiti sull’anima e sottoporli al lettore senza annoiarlo. Credo che cloni o fantasmi appariranno sempre di più nella letteratura: sono utili a riproporre le grandi questioni sull’essere umano».
Si sente di sostenere una funzione morale della letteratura?
«Non penso che un romanziere debba convincere i lettori di alcuni valori particolari. Ma credo che il romanzo abbia una funzione importante: raggiungere e stimolare l’emotività anche sulle grandi questioni morali. Senza la manipolazione intellettuale, di cui invece sospetto».
E cosa pensa della manipolazione genetica?
«Partendo dalla mia Nagasaki, Non lasciarmi avrebbe dovuto occuparsi delle armi atomiche. Ma soltanto sostituendoli con le biotecnologie sono riuscito a dare forma alla storia. In realtà il tema è più generale: la scienza che ci sfugge. Ammetto che sulla scienza ho questa paura radicata: non siamo in grado di controllarla».
Lei è anche sceneggiatore. Pensa e scrive per immagini anche con i suoi romanzi?
«Ho lavorato sempre su sceneggiature originali. Non ho mai adattato personalmente i miei romanzi. Per me si tratta di due mondi che vanno tenuti separati. Sono un romanziere professionista, ma uno sceneggiatore amatoriale. Le confesso un segreto che mi fa sentire un po’ in colpa: mi piacerebbe lavorare di più con il cinema, ma solo perché potrebbe essermi utile nel mio vero lavoro di romanziere. Uso il cinema come nutrimento. Ma il linguaggio dei romanzi è altra cosa».