Islamici in metrò: «Ora tutti ci guardano male»

«La diffidenza è aumentata dopo gli attentati»

Manila Alfano

Stazione del metrò di Monza, ora di punta. La folla attende la metropolitana, per andare al lavoro, in fretta. Mescolati alla folla ci sono due giovani arabi, pelle olivastra, lineamenti marcati: i più vicini li squadrano. Uno di loro, con la barba lunga, ha in mano una valigetta di metallo; il suo compagno uno zaino.
Come si fa a non notarli, dopo le cronache degli ultimi giorni: gli attentati a Londra, a Sharm, i ripetuti allarmi. «La prossima volta tocca all’Italia», qualcuno mormora. All’improvviso quei due giovani sui 25 anni non sono più due arabi qualunque. In tutti si accende lo stesso pensiero: e se fossero due kamikaze? Piano piano, intorno a loro, si fa il vuoto.
Arriva il metrò: i vagoni si riempiono. Chi ha fatto in tempo ha scelto una carrozza diversa da quella su cui salgono i due ragazzi musulmani. La scena è la stessa della fermata. Il viaggio diventa angosciante, uno scambio comune di sospetti. Qualcuno lancia un’occhiata all’orologio: sarà perché è in ritardo o perché non vede l’ora che il viaggio finisca?
Finalmente si scende. Hassan e Osama invece proseguono, per altre due fermate, con sollievo di chi è sceso e la preoccupazione di chi ancora condivide il viaggio con loro. Quella valigetta diventa lo specchio delle nostre paure. Eppure non contiene esplosivo, ma solo attrezzi da lavoro. Un lavoro pesante e precario, un destino non facile vissuto tra molte diffidenze: à una storia condivisa da non pochi immigrati arrivati nelle grandi città.
«È sempre stato così, lo sguardo della gente ci sta addosso - dice uno dei due, Hassan -. Anche se dopo Londra la diffidenza nei nostri confronti è aumentata». Hassan è tunisino, 24 anni, di Susa, è a Milano da due anni. Per il suo inseparabile amico e collega di lavoro la situazione è peggiore. Si chiama Osama, è libico, di Tripoli, anche lui di 24 anni, a Milano da un anno.
Accettano di parlare della loro vita, della difficoltà di essere musulmani in un Paese per loro straniero. Lo fanno sorridendo, quasi intimiditi. Usano parole semplici: il loro linguaggio deve fare i conti con un italiano ancora troppo difficile. Ma quando parlano dell’Islam riescono a trovare le parole, perché per loro l’Islam è patria comune, più della Libia e della Tunisia. Raccontano di una religione vissuta e compresa nel rispetto di regole semplici, di preghiere fatte cinque volte al giorno su un tappetino di giornali (non possono ancora permettersi il tappetino d’ordinanza, magari quello con la bussola incorporata per orientarsi in direzione della Mecca).
«Allah è il nostro Dio, a lui noi ci rimettiamo perché è lui il sovrano della nostra vita e della nostra morte. È lui a decidere se prenderci in paradiso o mandarci all’inferno. Noi possiamo solo vivere secondo i principi del Corano».
«Quello che è successo a Londra - continua Hassan, il cui italiano ha un anno di vantaggio rispetto a quello di Osama -, è condannato da tutti i veri musulmani. Noi, nel nostro piccolo, possiamo solo dire che chi compie atti del genere non è un musulmano. Il Corano non ci ordina di attaccare, ma di difenderci dal nemico quando questo invade il nostro territorio».
Non c’è traccia di compiacimento sul suo volto, semmai di commozione. E aggiunge: «Anche noi, da un certo punto di vista, stiamo pagando per colpa loro. Ora la gente ci guarda in modo ancora più strano e sospetto di prima».
Già, perché in un mondo che non conosce più confini, la gente che incontra quotidianamente per strada o sul metrò i mille Osama o Hassan venuti qui a cercare una vita migliore, ha sempre più paura.