Gli islamici al potere hanno già scaricato i rivoluzionari tunisini

Il partito di Gannouchi bolla come "ignoranti" quelli che non lo votano. Anche se sono gli stessi che hanno iniziato la rivolta

Da culla a pira della rivoluzione. È il destino fatale e turbolento di Sidi Buzid. Da lì si scatenò, il 16 dicembre di un anno fa, la rabbia della Tunisia dopo il rogo di Mohammed Tarek Bouazizi, l’ambulante martire immolatosi per protestare contro la confisca della sua merce. Da Sidi Buzid parte una controrivoluzione alimentata dall’arroganza e dalla malafede dei nuovi vincitori. L’arroganza degli islamisti di Ennahda pronti, come la sinistra da noi, a definire «ignorante» chi non vota per loro. Anche se sono stati gli eroi che hanno iniziato la rivoluzione. La malafede con cui si cancellano i seggi conquistati promettendo sussidi, case e assistenza sanitaria, ma si tollera la campagna elettorale condotta da Ennahda distribuendo nelle moschee i milioni di dollari ricevuti dall’emiro del Qatar. Ma dai torbidi di Sidi Buzid emergono anche sospetti e accuse capaci di distruggere la credibilità dei nuovi leader islamici. Hachmi Haamdi, il controverso magnate che guida dal proprio santuario londinese la nuova Valdea, minaccia di distribuire documenti capaci di provare le compromissioni del leader di Ennahda Gannouchi con il regime di Ben Alì.

Dai fumi di Sidi Buzid, soffocati per ora dal coprifuoco, si sprigionano insomma le contraddizioni della Tunisia, la scarsa fiducia nei nuovi vincitori, le ambiguità della rivoluzione. Ambiguità e differenze che gli islamisti di Ennahda speravano di cancellare grazie alla forza economica garantita dal Qatar e alla mancanza di forze alternative. E invece eccoti la sorpresa. Le elezioni non sanciscono solo la vittoria di Ennahda e dei laici del Congresso della Repubblica. A far da terzo incomodo c’è Petitione populaire, la sottovalutata formazione del miliardario Haamdi capace di conquistare 26 dei 217 seggi del parlamento facendo incetta di voti a Sidi Buzid e in altre regioni cruciali della rivolta.

A preoccupar di più Gannouchi e Jebali, il segretario generale di Ennahda candidato premier, sono i legami di un magnate capace di riunire sia gli islamisti non allineati con Ennahda, sia i nostalgici di Ben Alì. Quella strana alchimia capace di riportare in parlamento ex sostenitori del regime e di garantirgli il controllo di molte delle più turbolente zone rurali agita i sonni dei nuovi capi. E così ecco le pressioni per ottenere l’annullamento di sei seggi di Petizione popolare tra cui quello ottenuto col voto degli emigranti in Francia.
Ma quel che più contribuisce a riaccendere il fuoco di Sidi Buzid è l’ambiguità islamista. Ennahda minacciava, alla vigilia del voto, di scatenar la folla se i risultati non si fossero dimostrati in linea con le proprie aspettative di successo. Ora, fresca di vittoria, tenta di azzoppare chi la contesta.

Un passo falso amplificato dall’infelice uscita televisiva del candidato premier Jebali pronto a liquidare come «ignoranti» tutti gli elettori di Petitione Populaire. Ovviamente il successo di Haamdi non nasce solo dagli errori dei nuovi vincitori. Dietro a lui non c’è solo El Mostakella, la televisione satellitare che da Londra, dove Haamdi risiede, accompagna i successi di Petitione Populaire. Dietro c’è innanzitutto il suo passato di militante islamista legato non ai fratelli musulmani come Gannouchi e tutta Ennahda, ma al movimento wahabita saudita. Haamdi, Petitione Populaire e la sua El Mostakella stanno a Gannouchi, Ennahda e Al Jazeera, come l’Arabia Saudita sta al Qatar. In Tunisia il miliardario e la sua tv si contrappongono ai nuovi capi islamisti con la stessa determinazione e tenacia con cui l’Arabia Saudita s’oppone ai piani del Qatar e di Al Jazeera per la conquista dell’egemonia in Medio Oriente.

Sul fronte tunisino di questo grande «risiko» musulmano il magnate Haamdi e i suoi amici sauditi possono, però, contare su di un alleato invisibile e prezioso. Si chiama Ben Alì, soggiorna in Arabia Saudita ed è pronto a mettere nelle mani di Haamdi tutti i documenti necessari per distruggere la reputazione e la credibilità di chi gli ha strappato il potere costringendolo all’esilio.