In «The Island» la clonazione non è fantascienza

Da oggi in sala il film con la Johansson e McGregor nel ruolo di cloni usati come pezzi di ricambio

Michele Anselmi

A saperlo, Giuliano Ferrara ne avrebbe fatto di sicuro il film-manifesto della sua diuturna campagna sul Foglio (da lui ribattezzato Il Soglio o anche Il Figlio) contro il referendum sulla procreazione assistita, l'uso delle cellule staminali, la clonazione terapeutica eccetera. Poi le cose sono andate come sono andate, il fronte dell'astensione ha stravinto e non sono serviti più testimonial d'eccezione. Eppure risulta difficile non guardare a The Island, il filmone hollywoodiano che ha fatto flop ai botteghini americani (solo 30 milioni di euro in tre settimane, alla quarta era già fuori classifica), col pensiero rivolto alla recente disfida sui limiti e le finalità della ricerca scientifica.
«Io ho trovato il Santo Graal della scienza, tra due anni potrò curare la leucemia dei bambini», scandisce infatti nel film il biotecnologo cattivo/geniale che ha messo in piedi, nel ravvicinato 2019, un gigantesca, linda e avveniristica clinica sotterranea dove si costruiscono cloni perfetti. Costano 5 milioni di dollari a testa, lo scopo è di utilizzarli al fine, ça va sans dire, di procurarsi compatibili «pezzi di ricambio» per allungare di 60-70 anni la vita degli originali o per mettere più comodamente al mondo dei figli.
S'intende, non bisogna prendere troppo sul serio «il messaggio» nel film di Michael Bay, che poi sarebbe il regista di fragorose storie d'azione come The Rock, Armageddon e Pearl Harbor; non a caso il kolossal da oltre 90 milioni di dollari è stato lanciato, ricorda il sito www.imdb.com, come «The popcorn action sci-fiction thriller flick of summer 2005», insomma il film dell'estate per tutti. Come s'è detto, sono andati in pochi a vederlo in patria, chissà che non vada meglio qui da noi: esce oggi distribuito dalla Warner Bros, a mo' di sontuosa apertura di stagione.
The Island del titolo, in fondo, è l'isola che non c'è. Non nel senso di Peter Pan. Trattasi proprio di truffa, di miraggio. Accade infatti, nell'incipit, che i residenti di quel mondo sotterraneo, tutti inguainati in tutine bianche e sottoposti a rigidi controlli medici, si credano sopravvissuti di una guerra atomica. L'unico loro sogno consiste nel vincere la lotteria che sorteggia, ogni settimana, una «vacanza» sull'ultima isola rimasta incontaminata, una specie di verdeggiante e assolato Eden terrestre. Non sanno, i poveretti, di essere dei «prodotti», delle copie pronte ad essere usate all'occorrenza dai loro sponsor: sventrati per trarne fegati, reni e cuori o fecondati e poi uccisi una volta partoriti.
Uno scenario apocalittico, di tipo eugenetico, che non a caso in una scena cita le finte docce dei campi di sterminio nazisti, anche se poi il film, figlio della fantascienza sociologica squisitamente anni Settanta, prende altre strade, più rocambolesche e avventurose, intrecciando atmosfere in stile L'uomo che fuggì dal futuro e La fuga di Logan con inseguimenti adrenalinici alla Matrix. L'effetto, nonostante il tonfo commerciale, è curioso, anche divertente, specialmente sul piano spettacolare; e non si può nemmeno dire che The Island, escogitato dalla DreamWorks del liberal Steven Spielberg, sia un film neo-con che sposi le tesi di Bush in materia di cellule staminali. Del resto, il regista Bay spiega nelle interviste: «Non ho voluto affliggere il pubblico, ma solo farlo riflettere su una questione morale per poi trascinarlo in una corsa mozzafiato».
La corsa in questione è quella, fuori dall'asettica clinica, in un'America coloratissima, appena fantascientifica, intrapresa da due di questi cloni: Lincoln 6 Echo e Jordan 2 Delta. Lui è Ewan McGregor, lei Scarlett Johansson, cioè due dei volti e corpi più sexy della nuova scena cinematografica. Si credono umani e invece sono solo «agnati» (dal latino), contenitori di pezzi di ricambio; ma strada facendo, come il genere impone, le loro vite virtuali si ispessiranno di ricordi ed emozioni, fino al bacio che suggella la scoperta del sesso. Prevedibile, ma ben giocata, la sequenza clou: con il clone che si confronta, come allo specchio, con l'originale, un vizioso progettista di barche malato di cirrosi epatica. Sembra che nella versione inglese, per distinguere i personaggi, l'attore scozzese abbia differenziato gli accenti. Lui, essendo stato Obi-Wan Kenobi in L'attacco dei cloni, si intende di copie. Lei, invece, s'è già pentita di aver fatto The Island. In attesa di debuttare come cantante, tornerà ai film d'autore. Con quelle labbra può dire ciò che vuole.