ISLANDA L’isola felice della letteratura

Il Paese atlantico ha il record mondiale di libri pubblicati per abitante e ora vive anche una stagione ricca di giovani scrittori, come Helgason e Indridason

Fino a qualche anno fa l’Islanda era per molti poco più di uno scoglio rivestito di ghiacci, al limitare del circolo polare artico. A ben vedere, non è del tutto vero che questo capriccio della geografia europea sia ammantato di ghiaccio, lambito com’è dagli ultimi strascichi della Corrente del Golfo. Altrimenti, l’Islanda sarebbe davvero la cella frigorifera dell’Atlantico. E invece è come una caramella Polo, solo che qui il buco non è nel mezzo. Il ghiaccio, infatti, si concentra soprattutto al centro dell’isola.
A parte un Nobel per la letteratura ormai perso nel tempo e la celebre calata nel cratere dello Snaefellsjökull, dove prende avvio il Viaggio al Centro della Terra di Jules Verne, di riferimenti narrativi fino a non molte stagioni fa ne avevamo pochi. Eppure, con una popolazione di quasi 300mila abitanti e il più alto numero di libri pubblicati pro capite, nonché un numero davvero impressionante di librerie, l’Islanda rappresenta un caso unico al mondo. Si potrebbe dire che, considerato l’isolamento e le condizioni climatiche poco favorevoli a una vita all’aperto, la lettura divenga un passatempo quasi obbligato. Ma le ragioni storiche non mancano. La tradizione letteraria islandese è infatti una delle più ricche e antiche. Non a caso, Thor Vilhjálmsson, uno dei giganti della letteratura contemporanea locale, dice che l’isola è così prodiga di narratori perché ha lo stesso numero di abitanti della Firenze dei tempi di Dante. Le saghe islandesi, per lo più scritte da autori anonimi del tredicesimo secolo, sono universalmente annoverate tra le opere letterarie più notevoli del mondo.
Concepite in un’isola smembrata dalle lotte intestine di un popolo tribale che fu tra i primi a creare una sorta di assemblea rappresentativa annuale nella magnifica cornice di Thingvellir, appunto detta «Piana del Parlamento», sono i primi esempi di prosa europea in lingua non latina. Una scelta imprescindibile per chi, come Iperborea, ha scelto di pubblicare opere islandesi quando ancora in Italia in pochi «ci credevano».
Emilia Lodigiani, editrice di questa casa che ha la particolarità di pubblicare solo opere nordiche, è sicura. «Le saghe sono state e restano il nostro punto di partenza. La saga di Odor l’Arciere, quella di Gautrekr e altre ancora continuano a legare autori tra loro diversissimi. Non so se ci sia un vero filo rosso che unisce tutti gli scrittori islandesi contemporanei, però alcuni elementi comuni esistono: l’insularità, la relativa vicinanza geografica con l’America e il legame culturale ancora forte con l’Europa. E poi, naturalmente, lo straordinario ambiente naturale, privo di alberi, caratterizzato da giochi di luce, con tanto di aurore boreali, ghiacci, lava e acqua. E poi la presenza di una democrazia vera in un paese in cui tutti si chiamano per nome, dove la cultura ha un posto di primo piano e un libro può vendere anche 30mila copie!». In effetti, il pennino dei principali scrittori islandesi sembra intingersi nell’indomabile inchiostro della natura. Orme nel Cielo di Einar Már Gudmundsson e Cantilena Mattutina nell'Erba di Thor Vilhjálmsson sono due acquerelli di grande intensità naturalistica.
«Abbiamo sempre privilegiato il fascino per la natura selvaggia del nord, che alimenta grande curiosità presso il pubblico italiano», dice Emilia Lodigiani, «ma anche l’universo umano nordico, la sua innata onestà etica, con scarse, quasi nulle, concessioni al sentimentalismo. La gente del nord esprime un costante bisogno di auto-esame sui temi principali della vita. Un esistenzialismo spietato che si riflette sulla scrittura. Ovviamente non abbiamo potuto prescindere dal premio Nobel Halldór Laxness», che con il suo Gente Indipendente ha aperto gli occhi al mondo sui rigori della vita islandese, creando un affresco epocale, un’opera destinata a rappresentare una nazione ancor prima di essere scritta. «Il vero problema che si è posto quando abbiamo iniziato a pubblicare scrittori islandesi era reperire un bravo traduttore. L’incontro con Fulvio Ferrari è stato fondamentale».
Se Iperborea ha fondato le proprie fortune su una scelta precisa, decidendo di pubblicare una serie di autori islandesi proprio in virtù della loro provenienza, il discorso è diverso per un’altra casa editrice italiana che ha proposto con grande successo due giovani narratori islandesi. Luigi Brioschi, presidente di Guanda, ha le idee chiare: «Quando abbiamo deciso di acquistare i diritti di 101 Reykjavik di Hallgrímur Helgason, non c’era nessun disegno stilistico. Era un autore promettente, ma lo abbiamo pubblicato non in quanto islandese, bensì in quanto grande romanziere accostabile ad altri autori inglesi e irlandesi contemporanei. La sua prosa si pone sullo stesso piano qualitativo e stilistico dei vari Irvine Welsh, John King e Alan Warner». Lo stesso discorso vale per Arnaldur Indridason, che qualcuno accosta allo svedese Henning Mankell, ma che, in realtà, assomiglia solo a se stesso. Questo è un autore da seguire e da amare. Uno scrittore di noir costruiti con intelligenza e capacità letterarie non comuni. Immaginare che in un’isola così piccola il male possa attecchire e fiorire tanto quanto in una dura realtà metropolitana potrebbe risultare una forzatura, ma gli esseri umani sono tali dovunque li si trovi e il freddo del vicino polo non contribuisce certo a sgelare i rancori e a riscaldare gli animi. La Signora in Verde, il suo secondo romanzo appena pubblicato in Italia (Guanda, pagg. 271, euro 14,50) è una storia fosca che ha per protagonisti l’agente Erlendur e i suoi colleghi, alle prese con il rinvenimento di un cadavere che apre un caso rimasto sopito per oltre cinquant’anni. Un caso di violenza domestica inenarrabile, una vicenda di sadismo esercitato ai danni dei bambini che lascia il lettore tramortito e disgustato.
Non è, dunque, l’elemento del folklore islandese ad aver favorito questa scelta editoriale. «Il fascino per l’Islanda è innegabile», aggiunge Brioschi. «Il romanzo assolve sempre il compito di strumento informativo sul mondo, però il successo di questi due autori dipende esclusivamente dalla loro bravura. Il loro è uno stile europeo, non islandese, nonostante le loro storie descrivano bene un paese molto diverso dal nostro». In effetti, un romanzo come 101 Reykjavik di Helgason ci apre una finestra sul disagio e il senso di isolamento dei giovani islandesi che durante il fine settimana scaricano nell’alcol, nella droga e nel sesso facile tutta la loro frustrazione. La descrizione del runtur, la tradizionale bisboccia del venerdì e del sabato sera, è magistrale. D’altra parte, Reykjavik resta il cuore pulsante dell’isola, una città viva, ricca di biblioteche, scuole e locali per la musica, dove hanno mosso i primi passi star internazionali del calibro dei Sigur Rós e, soprattutto, di Björk. Oggi, dunque, accanto alla tradizione «naturalista» si affianca una generazione di scrittori che esprime la propria inquietudine con ritmi e voci decisamente più vicine ai due modelli a cui l’Islanda guarda con più attenzione: quello britannico e quello statunitense. Oggi ai protagonisti delle storie islandesi non fanno più da sfondo solo i marosi che si infrangono sulla spiaggia nera di Vik, i pascoli sulla brughiera sferzata dal vento gelido e il contrasto tra il ghiaccio e il fuoco del Vatnajökull, ma anche un ambiente metropolitano fosco e frenetico.
L’Islanda ha sete di storie, ma è stanca di restare isolata nell’oceano.