Isoke Aikpitanyi e le altre le schiave venute dall’Africa

Sette giorni la settimana. Per cinquantadue settimane. Per dodici mesi, festività comprese. Almeno cinque clienti a sera, dodici in estate. È questo il lavoro che viene offerto nel nostro Paese alle nuove schiave: sono alte, belle e nere. Sono le ragazze di Benin City, Nigeria. «La tratta è innanzitutto un affare colossale. Un business. È una schiavitù che rende un sacco di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo». Lo spiega Isoke Aikpitanyi, nigeriana arrivata a Londra con un volo organizzatole in patria e da lì, grazie a mazzette alla vigilanza, imbarcata su un pullman per Torino via Parigi. Era il 26 dicembre del 2000 e nevicava: Isoke ricorda bene le gambe livide di altre giovani ferme per strada con improbabili parrucche, tacchi alti e «un abito da lavoro che era una mutanda».
Isoke ancora non sa che il lavoro da commessa promessole in Nigeria non è mai esistito e che da adesso in avanti vivrà sotto la protezione di una maman che in cambio di un tetto le chiederà soldi, soldi e ancora soldi. Quelli necessari a pagare il «debito» del viaggio: dai trenta ai sessantamila euro. In poche riescono a riscattarsi tra violenze, stupri e assassini impuniti: vivono in Italia da segregate, non parlano la nostra lingua. Terrorizzate dal mondo esterno, hanno solo una via di fuga: sposare un cliente italiano (che spesso ha il doppio dei loro anni).
Oggi Isoke si è liberata dalla tratta, ha un marito di nome Claudio con cui ha aperto ad Aosta una casa-alloggio per ragazze nigeriane che vogliono scappare dalla strada, ma parla ancora con rabbia. Rabbia per i sogni infranti, «per quei tacchi ridicoli e la carne di fuori», per i clienti italiani che pretendono di tutto, per i ragazzini che ti deridono gettandoti addosso l’acqua quando si gela, per la Nigeria, «un Paese pieno di risorse, ma dove la gente vive in maniera miserabile», per le maman che ti succhiano l’anima e i loro capi che fanno affari sequestrandoti i documenti, segregandoti in casa e raccontandoti che «così funziona in Europa».
Tra le pagine di Le ragazze di Benin City (Melampo editore, pagg. 211, euro 12), testimonianza di Isoke Aikpitanyi raccolta dalla giornalista di Panorama Laura Maragnani, incontriamo Jennifer, Evelyn, Rose, Patience, Karò. Le loro storie, narrate in una prosa asciutta e priva di pietismi, compongono un lacerante trattato sulla schiavitù contemporanea.