Ispettore con la mazzetta, il fisco non può licenziarlo

Il funzionario dell’Agenzia delle entrate è sospeso, ma prende metà stipendio nonostante sia in carcere. Così la legge tutela solo i dipendenti pubblici

Milano - Per adesso Renato Giardina, «verificatore» dell’Agenzia delle entrate catturato venerdì scorso mentre intascava una mazzetta da 150mila euro, resta in carcere: lo ha deciso ieri il giudice preliminare, convalidando il fermo in flagrante eseguito dai carabinieri del Nucleo investigativo. Dopo un veloce interrogatorio davanti al giudice - durante i quale ha tentato di difendersi nel più classico e maldestro dei modi - Giardina è stato riportato a San Vittore. Ma qui, incredibilmente, lo Stato continuerà a pagargli metà stipendio: si parla di circa mille euro al mese. Quando uscirà di galera, poi - a meno che la magistratura non sia molto veloce a processarlo in tutti i gradi di giudizio - il funzionario disonesto potrà tornare in servizio. E ciò nonostante ieri il giudice Antonio Corte indichi proprio il concreto rischio che torni a delinquere tra i motivi che rendono necessario tenerlo in prigione.

A denunciare il trattamento singolarmente morbido che lo Stato riserva ai suoi dipendenti infedeli è stata la stessa Agenzia delle entrate, con una dichiarazione resa al Sole-24 ore di ieri e ribadita con un comunicato. Girolamo Pastorello, direttore centrale del Personale dell’Agenzia, provvede a spiegare che «a differenza che nel settore privato, il datore di lavoro pubblico può solo sospendere in via cautelare il dipendente indagato o imputato. La sospensione cautelare può durare al massimo cinque anni con il pagamento di assegni alimentari al dipendente sospeso pari al 50 % dell’ultima retribuzione». In sede di rinnovo contrattuale, l’Agenzia ha chiesto ai sindacati di introdurre una norma che, nei casi più eclatanti, consentisse il licenziamento in tronco di dipendenti protagonisti di episodi simili. Ma la reazione sindacale è stata un muro: Cgil, Cisl e Uil hanno accusato la controparte di pretendere «mano libera» nell’azzerare i diritti costituzionali dei lavoratori, tra cui la presunzione di innocenza sino alla condanna definitiva.

Il problema è che, come è noto, la condanna definitiva arriva solo dopo molti anni. Così accade spesso che dipendenti rei confessi di episodi di corruzione e concussione vengano reintegrati in servizio perché sono trascorsi più di cinque anni e la condanna finale non è ancora arrivata. Secondo i dati forniti dalla stessa Agenzia, oggi ci sono almeno 22 dipendenti degli uffici fiscali decentrati che lavorano tranquillamente al loro posto nonostante siano stati inquisiti e condannati in primo grado per reati di ogni genere.

Anche Renato Giardina riuscirà nell’impresa? L’altro giorno, nell’interrogatorio di garanzia, il funzionario ha iniziato a mettere le mani avanti. Non potendo negare la circostanza di essere stato bloccato in Galleria Vittorio Emanuele con una borsa piena di biglietti da 500 euro, Giardina ha provato a ribaltare la situazione. Ha detto, in sostanza: Non sono io che ho ricattato lo studio Bonelli-Pappalardo-Erede (i più grande studio legale d’Italia, un colosso da 300 avvocati) ma è stato un avvocato dello studio a offrirmi la mazzetta per chiudere un occhio sui pasticci combinati per evadere le tasse. È una versione che contrasta con il dettaglio decisivo che proprio l’avvocato in questione ha denunciato Giardina alla Procura e ha collaborato a tendergli la trappola. E, davanti a tanta faccia di bronzo, i carabinieri hanno deciso di passare al setaccio tutta la carriera recente di Giardina come «verificatore»: nel dubbio che difficilmente ci si inventi a 53 anni l’attività di ricattatore. La stecca estorta al superavvocato, insomma, potrebbe non essere stata la prima impresa di Giardina.