Israele accusa: "Il generale italiano copre Hezbollah"

Sul quotidiano <em>Haaretz</em> dure accuse da ambienti militari e politici al
comandante della missione Unifil Claudio Graziano: &quot;Rapporti annacquati
all’Onu&quot;. Denunciati quattro episodi in cui non sarebbero stati affrontati guerriglieri armati: un segnale per ottenere più fermezza

La pazienza è finita. Israele è stufo e spara a zero sull’Unifil e sul suo comandante, il generale italiano Claudio Graziano. La dichiarazione di guerra, resa pubblica attraverso le indiscrezioni del quotidiano Haaretz, parla chiaro. Tsahal, l’esercito israeliano, e il ministero degli Esteri di Gerusalemme accusano la missione Onu di coprire ogni notizia sul riarmo delle milizie filoiraniane, sottolineano l’indulgenza dei Caschi blu nei confronti dei miliziani sorpresi a scortare camion di armamenti, rinfacciano al generale Graziano di interpretare con leggerezza e scarsa determinazione il dettato dalla Risoluzione 1701.
Il disappunto israeliano è espresso da alcuni alti ufficiali di Tsahal che, stando al quotidiano, rimproverano al nostro generale di «presentare mezze verità per evitare situazioni di imbarazzo e di conflitto con Hezbollah». Il generale Graziano nega tutto, liquida come «attività di disinformazione» le indiscrezioni di Haaretz e ricorda che le «ingiuste accuse» possono «ledere la credibilità della missione». Per il generale «la credibilità di Unifil è la nostra forza maggiore: siamo equi e fermi con tutte le parti, riportiamo e affrontiamo ogni violazione da qualunque parte arrivi. L’Unifil - aggiunge - sta svolgendo il suo compito principale, che è il mantenimento del cessate il fuoco in Libano in un momento interno di grave difficoltà».

Le «mezze verità» del generale Graziano, a detta degli israeliani, puntano invece a coprire i quattro incontri ravvicinati tra Caschi blu e miliziani armati del Partito di Dio susseguitisi negli ultimi sei mesi. In tutti questi casi, sostiene Haaretz, l’Unifil non solo non ha fatto nulla, ma ha anche omesso di trasmettere «un rapporto completo sull’incidente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu».

La più grave delle «mezza verità» coprirebbe l’incidente del 30 marzo, quando una pattuglia italiana sarebbe stata messa in fuga con le armi da Hezbollah. Secondo il comando Unifil tutto si riduce ad una fugace contrapposizione notturna con degli «uomini armati non identificati». Secondo Haaretz l’incontro è un vero «scontro», durante il quale gli uomini di Hezbollah di scorta ad un «camion pieno di esplosivo minacciano il battaglione italiano dell’Unifil con le armi». E la reazione dei nostri soldati non è – per Haaretz - delle più efficaci visto che «invece di usare la forza come richiesto dal mandato i soldati dell’Onu hanno abbandonato la loro posizione».

L’«annacquato» rapporto dell’Unifil al Consiglio di Sicurezza ometterebbe tutti questi particolari, liquidando l’incidente come «il primo di questo tipo» e dimenticando i tre casi analoghi dei mesi precedenti. Il generale Graziano replica di aver lui stesso «riportato l’accaduto in sede di riunione tripartita». Un comunicato dell’Unifil ammette però che la pattuglia italiana è stata bloccata da «tre macchine cariche di uomini armati mentre seguiva un pick up» e conferma indirettamente la gravità dell’episodio. «La pattuglia – ammette l’Unifil - ha fronteggiato gli elementi armati che hanno abbandonato la zona tre minuti dopo».

L’aspetto più interessante della polemica innescata da Haaretz è il taglio «italianocentrico» delle accuse. Oltre a puntare il dito contro Graziano, le anonime fonti di Gerusalemme sottolineano le responsabilità dell’unità italiana, colpevole di aver permesso il passaggio di un carico di armamenti. Tutta questa animosità, secondo alcuni osservatori, non va letta come un’accusa ai nostri militari, ma come una denuncia dell’uscente governo Prodi colpevole di sfruttare il comando dell’Unifil e il controllo del contingente più numeroso (2.400 uomini su 13mila) per imporre un comportamento remissivo e indulgente nei confronti di Hezbollah.

Israele, insomma, vuole approfittare del cambio ai vertici della politica italiana per chiedere all’Onu e alla comunità internazionale maggior determinazione e più concretezza nell’attuare quel mandato della risoluzione 1701 che prevede, tra l’altro, il disarmo di tutte le milizie presenti nel sud del Libano. Propositi espressi con chiarezza da una fonte del governo israeliano secondo cui «la politica della copertura e dell’annacquamento non durerà a lungo, una volta reso pubblico il tentativo di nascondere le informazioni le cose cambieranno».