Israele, allarme rosso nel centro nucleare

Le batterie antimissili Patriot in massima allerta: Gerusalemme teme una rappresaglia dopo il raid aereo contro il sito atomico di Damasco

Nel deserto del Negev la settimana scorsa si è disegnato uno scenario da incubo. Per trenta volte in una settimana è stato messo in funzione il sistema di allarme dello scudo missilistico che protegge gli impianti nucleari di Dimona, dove si costruisce il segreto che tutti conoscono, la bomba atomica israeliana. La notizia l’ha data il Sunday Times, aggiungendo che è stata spostata nel Negev una batteria di Patriot made in Usa, lo stesso sistema antimissile (aggiornato) che ha fermato nel cielo di Israele svariati missili di Saddam Hussein. L’intelligence israeliana ha infatti avvertito che la Siria avrebbe intenzione di agire contro i siti israeliani per vendicarsi dell’attacco aereo alle sospette strutture atomiche distrutte il 6 settembre.
Il cielo sopra Dimona è sempre sotto controllo ma, dice il vicecomandante della batteria anti missile: «In allerta, siamo in grado di lanciare i nostri missili in pochi secondi. Qualsiasi aereo in rotta da Cairo ad Amman o da Gedda al Cairo e viceversa che deviasse, metterebbe in moto il processo che può lanciare il Patriot». La Siria è una delle grandi incognite di questo momento. L’Intelligence afferma che Damasco sta ponderando il da farsi e non perdona. Proprio domenica i servizi dell’esercito, Aman, hanno precisato che la Siria si prepara alla guerra, ma che lo fa senza intenzione immediata di attaccare. Anzi, accusa la sua condizione di instabilità, e valuta le possibilità di stabilire migliori rapporti con gli Usa. In caso contrario il suo raìs, Bashar Assad, rischia il banco di un tribunale per l’assassinio del leader libanese Rafik Hariri. La Siria ormai è per tutto il mondo il Paese ospite del più pericoloso terrorismo, ponte di passaggio dall’Iran verso Hezbollah e per la guerriglia sciita in Irak, e fomentatore della guerra di Hamas. Per negare la sua natura eversiva, la Siria di Assad ha aperto in queste settimane vari fronti: intanto ha acceso le speranze di Condoleezza Rice di mandare un inviato al summit di pace di Annapolis. Ma sarebbe utile agli Usa mostrare al mondo uno strappo fra Damasco e Teheran, proprio al summit di Annapolis, per battere Ahmadinejad formando una coalizione islamica moderata. Non si sa se la Siria accetterà, visto che ha posto come condizione la questione del Golan, che Israele considera parte integrante della sua sicurezza.
Abu Mazen ha chiesto personalmente alla Rice di invitare Assad e ha mandato un suo uomo a Damasco; la Rice ha convinto Olmert a non opporsi. Intanto, il giornale saudita Al Watan parla già di una prossima conferenza di pace fra Israele e la Siria, all’inizio del 2008, probabilmente da tenersi a Mosca. È chiaro qui l’intento di recuperare Vladimir Putin a un gioco prestigioso nel contesto antiterrorista, per compensarlo forse di aver detto, due giorni or sono, per la prima volta che «l’Iran è un pericolo strategico per la Russia» e quindi forse per prepararlo a non opporsi alla terza ondata di sanzioni. La Siria, per dimostrare che non consente il passaggio di terroristi verso l’Irak, ha consentito una rara visita a 29 diplomatici, fra cui l’addetto militare americano, per 200 chilometri di confine fino a Tanaf: «Non ci sono infiltrazioni qui», ha detto l’ufficiale guida. E chi poteva smentirlo.
Ma il vero nodo su cui si giocherà la pace nella regione è quello dell’elezione del presidente libanese il 24 di questo mese, proprio in coincidenza con la conferenza di Annapolis. La Siria considera il Libano una sua provincia e Hezbollah è il capofila della coalizione che punta a una presidenza filosiriana. Il Paese potrebbe ripiombare nella guerra civile. Anche il Papa, dopo George Bush, ha detto ieri che i libanesi devono potersi riconoscere in un loro presidente. La democrazia libanese diventa così il teatro in cui si deciderà la guerra o la pace in Medio Oriente, come e più di Annapolis. Se lo scontro fra democratici e filosiriani sarà duro, allora Damasco probabilmente troverà più confortevole l’abbraccio iraniano, hezbollah compresi, di quello di Condi.
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