"Da Israele attacco aereo sull'Iran"

Il "Sunday Times" raccoglie le confidenze di un ufficiale
dell’aviazione israeliana. Un volo di 2mila km con
obiettivi Natanz, Arak e Isfahan. I piloti si addestrano a colpire i siti nucleari con armi
atomiche tattiche. Il governo smentisce

Le grandi manovre sono iniziate qualche settimana fa. Mentre i due squadroni di F-15 ed F-16I decollavano dalle basi di Hatzerim nel deserto del Negev e di Tel Nof nel centro del paese il comandante dell’aeronautica generale Eliezer Shkedi, scendeva nella rete di bunker scavata a poca distanza dall’Orchestra filarmonica di Tel Aviv. Da lì, se i piani diventeranno realtà, seguirà il primo attacco nucleare dai tempi di Hiroshima e Nagasaki. Quel giorno i bombardieri con la Stella di David non voleranno verso occidente. Non si limiteranno, come in addestramento, a toccare Gibilterra e a tornare indietro. Quel giorno punteranno ad oriente per oltre duemila chilometri. Verso i laboratori di Natanz a sud di Tehran. Verso il reattore ad acqua pesante di Arak. Verso i tunnel stracolmi di esafloruro d’uranio scavati a poca distanza da Isfahan.
Appena sorvolata la frontiera iraniana non vi sarà più spazio per il minimo errore. «In quella missione - ha raccontato al domenicale britannico Sunday Times un pilota reduce dagli addestramenti - il 99% cento di successo non basta, o tutto funziona al 100 per cento o è un fallimento».
Quel giorno, quando e se arriverà, nulla sarà normale. Solo il primo squadrone porterà sotto le ali bombe di tipo convenzionale. Si dividerà in varie squadre appena oltrepassato il confine e convergerà verso i tre obiettivi principali. La prima ondata di bombe a puntamento laser servirà a preparare il terreno. Contro le cupole di cemento scavate sotto venti metri di montagna dei laboratori di Natanz, contro i tunnel di sotterranei di Isfahan, i «bunker buster» - gli ordigni usati per sbriciolare i comandi sotterranei di Saddam - serviranno ben a poco. Apriranno solo il primo solco. Scaveranno fessure di qualche decina di metri di profondità. Lì dentro i bombardieri della seconda ondata dovranno infilare con millimetrica precisione le mini atomiche tattiche. Qualche minuto dopo il generale Shkedi valuterà i risultati del raid dalle immagini via satellite proiettate sugli schermi del suo bunker. Saprà se potrà annunciare il primo attacco nucleare «pulito» nella storia dell’umanità o dovrà, invece, giustificare un’ecatombe atomica.
Se le testate da un chilotone ciascuna, un quindicesimo della potenza usata per distruggere Hiroshima e Nagasaki, esploderanno nel sottosuolo i laboratori nucleari di Teheran verranno polverizzati senza un’eccessiva contaminazione dell’atmosfera. Se le fessure aperte dalle «bunker busters» non saranno abbastanza profonde, o se le atomiche non faranno canestro, i quindici milioni di abitanti di Teheran e gli oltre quattro milioni di Isfahan verranno investiti da una nube nucleare. E subito dopo bisognerà fare i conti con la risposta iraniana. Una reazione, spiega da Teheran un portavoce del ministro degli Esteri, che «farebbe ben presto pentire l’aggressore delle proprie azioni».
Fortunatamente lo scenario rivelato ieri dal Sunday Times è, per ora, solo ipotetico. Il fatto stesso che un piano così delicato venga deliberatamente messo a conoscenza della stampa estera comprova la sua difficile e improbabile attuabilità. Il ministero degli Esteri israeliano ha immediatamente smentito tutto, negando decisamente l’intenzione di impiegare ordigni nucleari tattici. «Se la diplomazia ha successo il problema può venire risolto pacificamente - ha detto una fonte del ministero - oggi tutta l’attività d’Israele è rivolta a fornire pieno appoggio all’azione diplomatica e a garantire l’applicazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Miri Eisin, portavoce del primo ministro Ehud Olmert, ha fatto sapere che l’ufficio del capo del governo «non commenta articoli come quelli pubblicati dal Sunday Times».
La decisa smentita non implica ovviamente l’inconsistenza delle rivelazioni. Con tutta probabilità il piano d’attacco esiste, ma Israele preferisce usarlo come una minaccia e un avvertimento indirizzati all’Iran e all’opinione pubblica internazionale. Agli iraniani fa capire che non esiterà a usare ogni arma a disposizione. A Stati Uniti e al resto del mondo fa intendere che non assisterà impassibile a un fallimento degli sforzi diplomatici.