Israele blocca il premier di Hamas col tesoro

Aveva i soldi già in tasca. Trentacinque milioni di dollari in contanti, raggranellati durante il suo ultimo viaggio a Teheran e negli altri Paesi del Golfo. Quanto bastava per rimpinguare le disastrate casse dell’Autorità nazionale palestinese, farsi beffe dell’embargo internazionale e pagare un po’ di mesi di stipendi arretrati. Ma Israele all’ultimo momento gli ha chiuso la porta in faccia. E Ismail Haniyeh, l’intraprendente premier di Hamas trasformato in un novello re di denari, è rimasto lì, bloccato al confine egiziano con quei bauli pieni di dollari e il portone del valico di Rafah chiuso davanti a lui. Bloccato a un passo dalla meta. «Non impediremo il rientro del premier palestinese, ma quei soldi destinati al terrorismo non potranno arrivare nella Striscia», confermavano ieri sera fonti anonime dei servizi di sicurezza israeliani. Così alla fine Haniyeh è sceso a patti. I soldi saranno depositati in una banca egiziana. In cambio lui e i suoi uomini hanno potuto far ritorno a Gaza, anche se non senza problemi: passato il valico è scoppiato un conflitto a fuoco con almeno cinque feriti, tra cui uno dei figli del premier, non grave, e un consigliere politico. Una guardia del corpo sarebbe rimasta uccisa.
Dall’altra parte di quel portone guardato dalle milizie di Fatah fedeli al presidente palestinese Abu Mazen e dagli osservatori disarmati dell’Unione Europea, si consumava un pomeriggio d’inferno. Gli armati di Hamas scendono sul piede di guerra, assaltano il valico guardato dai nemici di Fatah, li accusano di collaborare con Israele e con quel ministro della Difesa, che stando alle voci, avrebbe imposto la chiusura del valico alla presidenza palestinese. «Dio è grande, aprite quel confine», il grido di battaglia dei fondamentalisti di Hamas riecheggia nel tramonto infuocato e subito partono i primi colpi contro le strutture del valico. Sono ancora poche decine, l’avanguardia, dicono alcune voci, di un vero esercito pronto a spazzare via la guardia presidenziale di Abu Mazen trincerata dietro quelle strutture e a mettere a repentaglio l’incolumità degli osservatori europei, tra cui anche molti italiani. Il primo attacco è già sufficiente a mettere i crisi i fedelissimi di Abu Mazen. Coperti da raffiche di kalashnikov i militanti di Hamas fanno irruzione nella struttura e occupano la sala arrivi sloggiando la guardia presidenziale dopo un breve combattimento in cui restano restano feriti in diciotto tra guardie e miliziani. «Là dentro è il caos», urla al telefono un portavoce degli uomini di Abu Mazen responsabili in teoria anche della sicurezza degli osservatori europei. Evidentemente il loro addestramento, curato dagli americani e dagli inglesi, non è ancora all’altezza della rabbia di Hamas. O almeno non lo sono le loro motivazioni. Vista la mala parata, Maria Telleria, portavoce della missione europea, annuncia l’immediata evacuazione di tutto il personale straniero. Subito dopo la stessa Telleria precisa che non si registrano feriti tra gli uomini del contingente. La ritirata degli osservatori internazionali non risolve i problemi, il primo dei quali riguarda il controllo di quel valico unica via d’entrata e d’uscita per i palestinesi della Striscia che non può restar chiuso senza gravi quanto inevitabili conseguenze per tutta la popolazione. Il secondo problema riguarda le già difficili relazioni tra Hamas e Fatah. Quella chiusura, eseguita su richiesta israeliana per fermare il primo ministro di Hamas, rischia di trasformarsi in un pericolosissimo boomerang per il presidente Abu Mazen e per i suoi fedelissimi già accusati di collaborare con Israele. Un boomerang che rischia di sottrargli anche i residui consensi di cui dispone nella Striscia di Gaza e rendere inarrestabile la caduta nell’abisso della guerra civile. Ismail Haniyeh, fermo con le sue casse di dollari e la sua delegazione sul versante egiziano del valico, sfrutta al meglio la situazione. È lui, dopo gli scontri, a raggiungere da solo il complesso del valico e cercare una mediazione tra i suoi uomini e quelli di Abu Mazen. Israele intanto fa capire di non poter accettare il passaggio di quel denaro e di esser pronto a concedere soltanto il ritorno di un Haniyeh a tasche vuote.
I 35 milioni di dollari celati nei forzieri della delegazione di Hamas sarebbero la ricompensa del regime iraniano per la disponibilità dimostrata dal premier palestinese nel corso del viaggio a Teheran. Una linea sintetizzata da Haniyeh nel discorso di qualche giorno fa, quando ribadì il no della sua organizzazione a qualsiasi possibilità di riconoscimento dello Stato ebraico, confermando la volontà di combattere fino alla sua distruzione.\