Israele, Bush parla troppo Condy Rice: chiudi il becco

Il presidente Usa conclude la visita a Gerusalemme.
Ultimo atto: la dichiarazione di sostegno al premier Olmert, a rischio
per la guerra in Libano. Durante la cena ufficiale affronta temi politici locali, interviene Condoleezza con un bigliettino: "Chiudi la bocca"

Imbarazzo, ilarità, commozione. Le ultime dodici ore di George Bush in Israele sono una recita senza copione, un’esibizione senza rete durante la quale il presidente riesce a farsi zittire da Condoleezza Rice, ma anche a travolgere ogni schema. Prima trasforma una cena inabissatasi nei gorghi dell’imbarazzo politico in un esilarante cabaret. Poi, prima di volare in Kuwait, commuove se stesso e il mondo suggellando nel raccoglimento e nell’emozione le visite al museo dell’Olocausto e ai luoghi santi della Cristianità.
Il meglio, per chi ama la sua fama di gaffeur, lo offre giovedì sera durante la cena con il premier Ehud Olmert e i ministri del governo israeliano. Quella del premier israeliano non è proprio una compagine di fedelissimi. Il rapporto finale della commissione Winograd, incaricata di far luce sulle responsabilità che hanno contribuito agli insuccessi della guerra ad Hezbollah nell’estate 2006, è in dirittura d’arrivo e molti ministri si preparano ad abbandonare il capo al proprio destino. Senza Olmert i piani di pace mediorientali, disegnati ad Annapolis e perfezionati a Gerusalemme, rischiano, però, di diventare lettera morta. George dunque si stringe al fianco dell’amico Ehud, s’infila a gamba tesa nella complessa mischia della politica israeliana, tenta di persuadere i leader del partito laburista Ehud Barak, del partito Israel Beitenu, Avigdor Lieberman e del partito Shas, Ely Yishai a non abbandonare la barca che affonda. «Sono a conoscenza delle questioni in discussione - butta lì mentre Condoleezza vorrebbe tirargli un calcio - non vorrei immischiarmi, ma penso che Olmert sia un leader importante e debba venir aiutato. Non dobbiamo lasciarci sfuggire l’occasione della pace. Se non lo facciamo adesso, dopo sarà tutto più difficile».
Il tavolo si gela. Barak guarda nel piatto, Lieberman finge di non sentire, Condoleezza tira fuori carta e penna, butta giù un breve appunto. Il presidente ammutolisce, gli occhi dei commensali incuriositi fissano, congelano, inseguono il passaggio di quel flagrante «pizzino». Bush se lo rigira tra le dita, lo sillaba come un messaggio da baci Perugina, poi alza lo sguardo, allarga le braccia, indica l’imperturbabile Condoleezza e confessa tutto: «Mi dice di chiudere la bocca».
L’imbarazzo si stempera in una colossale risata, riconsegna al presidente la serata. Otto ore più tardi le risate della cena diventano pianto e commozione davanti alla fiamma eterna del Museo dell’Olocausto. «Spero molti vengano qui da tutto il mondo, questo luogo - sussurra il presidente in lacrime - deve diventare un monito per far capire che il male esiste e quando viene individuato, bisogna resistergli». Davanti ad una cartina aerea di Auschwitz parlotta con la Rice e conclude: «Avremmo dovuto bombardarlo».
Infine, prima di volare in Kuwait, Bush visita i resti di Capernaum, dove Gesù stupì i sacerdoti del Tempio, e la Chiesa delle Beatitudini, sorta sui luoghi del Sermone della Montagna. Partendo dall’emirato invaso da Saddam e liberato a suo tempo dal padre, il presidente punta a rilanciare i temi di Annapolis, guadagnare l’appoggio delle nazioni arabe ai piani di pace e consolidare la politica anti iraniana.